El Comercio De La República - Bere Acqua di Mare fa male

Lima -

Bere Acqua di Mare fa male




Bere acqua di mare non disseta: aggrava la sete e può diventare pericoloso. La ragione è fisiologica. L’acqua degli oceani contiene una concentrazione di sali molto più alta di quella tollerata dal nostro organismo. Il sangue umano è “isotonico” a soluzioni con circa lo 0,9% di cloruro di sodio, mentre l’acqua di mare è mediamente attorno al 3,5%. Quando beviamo acqua così salata, i reni devono espellere l’eccesso di sale. Ma l’urina umana non può essere più salata dell’acqua di mare: per eliminare quel carico di sodio, il corpo è costretto a utilizzare più acqua di quanta se ne sia ingerita, con un bilancio finale negativo. Il risultato è disidratazione progressiva, anche se si continua a bere.

Il meccanismo è duplice. Da un lato, l’alta concentrazione di sali richiama acqua dalle cellule per diluire i liquidi corporei: è un semplice effetto osmotico. Dall’altro, i reni, pur concentrando l’urina, non riescono a raggiungere la salinità del mare e devono “sprecare” ulteriore acqua per espellere il sodio in eccesso. Per questo una persona che ingerisce quantità significative di acqua di mare avverte rapidamente sete intensa, bocca asciutta, mal di testa, crampi e, nei casi più gravi, confusione, convulsioni e perdita di coscienza: sono segni di ipernatriemia, cioè un livello di sodio nel sangue pericolosamente elevato. Bambini, anziani e persone con patologie renali o epatiche sono particolarmente vulnerabili.

Il problema non è solo la disidratazione. L’acqua marina, specie lungo le coste e nei bracci di mare poco profondi o chiusi, può ospitare batteri che proliferano quando la temperatura aumenta. Tra questi spiccano i Vibrio, microrganismi presenti in ambienti salmastri e caldi, capaci di provocare gastroenteriti dopo ingestione e infezioni cutanee attraverso ferite esposte. Negli ultimi anni, ondate di caldo e acque costiere più tiepide in Europa hanno ampliato le finestre di rischio per le infezioni da Vibrio, con casi segnalati anche nel Mediterraneo e nel Baltico. Le persone con malattie croniche del fegato, diabete, immunodeficienze o con ferite cutanee dovrebbero prestare estrema attenzione: in questi soggetti alcune specie, come Vibrio vulnificus, possono causare infezioni invasive gravi.

In parallelo, l’igiene delle acque di balneazione è oggetto di monitoraggi accurati. Nella grande maggioranza dei siti europei la qualità è classificata come “eccellente” o comunque conforme agli standard, con controlli su indicatori di contaminazione fecale come Escherichia coli ed enterococchi intestinali. Tuttavia, ciò non elimina il rischio in assoluto: dopo temporali, alluvioni o scarichi anomali, i livelli di contaminanti possono aumentare a breve termine. Anche in condizioni normali, ingoiare accidentalmente piccoli sorsi mentre si nuota è un evento frequente e per lo più innocuo; un’assunzione intenzionale o ripetuta, invece, aumenta la probabilità di disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea, febbre) oltre alla disidratazione indotta dal sale.

Cosa fare se ne bevi un po’ per sbaglio
-  Sciacqua la bocca con acqua dolce e bevi a piccoli sorsi acqua potabile.
-  Evita alcol e bevande molto zuccherate: peggiorano l’osmolarità.
-  Osserva l’eventuale comparsa di nausea, vomito, diarrea, sete intensa, crampi o mal di testa: di solito i sintomi lievi si risolvono con idratazione orale.
-  Se compaiono confusione, debolezza marcata, febbre alta, diarrea profusa o segni di infezione cutanea dopo esposizione a mare (soprattutto con ferite), contatta subito un medico.

Prevenzione pratica
-  Non bere mai acqua di mare per dissetarsi, neppure in piccole quantità ripetute.
-  In barca o in spiaggia porta scorte adeguate di acqua potabile ed elettroliti.
-  Evita di ingerire acqua mentre nuoti; chiudi la bocca nelle onde.
-  Se hai ferite, coprile e disinfettale dopo il bagno; evita l’acqua di mare in caso di lesioni estese o infezioni cutanee.
-  Consuma molluschi e frutti di mare solo ben cotti; conserva la catena del freddo.

Dopo eventi meteo intensi, informati sui bollettini locali di balneazione prima di entrare in acqua.

Il punto chiave
L’acqua di mare non è una “bevanda” alternativa: la sua salinità costringe il corpo a perdere più acqua di quanta ne introduca e, in certe condizioni, espone anche a patogeni marini. La scelta sicura è semplice: acqua potabile, integrazione oculata di elettroliti e attenzione alle avvertenze sanitarie locali.



In primo piano


Bikini: Cosa andò Storto

Nel 1946, appena un anno dopo Hiroshima e Nagasaki, gli Stati Uniti scelsero l’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, per misurare scientificamente quanto una flotta potesse resistere a una bomba atomica. La missione, battezzata “Operazione Crossroads”, mobilitò 42.000 militari e tecnici e un’imponente flotta-bersaglio di 95 navi, inclusi corazzate, portaerei e sottomarini, alcune cariche di carburanti e munizionamenti. Non fu solo un esperimento militare: venne trasformato in un evento mediatico globale, con tribune per la stampa, cineprese su torri e navi e un dispiegamento inedito di mezzi per documentare “l’era atomica”.Il piano e la sua spettacolarizzazioneCrossroads prevedeva due detonazioni con ordigni di potenza simile a quella usata nella Seconda guerra mondiale. Centinaia di animali da laboratorio furono disposti a bordo per valutare gli effetti immediati di onda d’urto e radiazioni. Per alimentare l’attenzione pubblica e “normalizzare” l’atomo in chiave di deterrenza, l’operazione fu raccontata quasi in diretta: tonnellate di attrezzature cinematografiche e fotografi da tutto il mondo resero Bikini una vetrina della potenza tecnologica del dopoguerra.Able: l’errore che svelò i limiti del testIl primo scoppio, “Able”, fu un’esplosione aerea sopra la laguna. La bomba non centrò il punto previsto e l’efficacia distruttiva sulle navi risultò inferiore alle attese: solo poche unità affondarono, altre riportarono danni gestibili. Ma proprio quell’errore evidenziò un problema metodologico: un singolo parametro fuori tolleranza (quota, mira, vento) alterava radicalmente i risultati, riducendo il valore comparativo del test.Baker: la “prima catastrofe nucleare”La seconda detonazione, “Baker”, avvenne sott’acqua, a bassa profondità. L’onda di pressione da sottochiglia sventrò scafi e infrastrutture; soprattutto, la colonna d’acqua e il “base surge” – una nube radente di spruzzi e aerosol – ricaddero su gran parte della flotta-bersaglio. Quell’acqua, intrisa di prodotti di fissione e particolato del fondale, aderì tenacemente a lamiere, vernici, cavi e interstizi. Le squadre tentarono lavaggi ad alta pressione, detergenti e liscivia: la contaminazione rimase. Il risultato fu più grave del danno cinetico: navi che avevano “retto” all’esplosione erano ormai inutilizzabili a causa della radioattività persistente. La terza prova prevista (“Charlie”, in acque più profonde) venne cancellata; la stessa Marina, in seguito, introdusse dotazioni e procedure di “wash-down” per limitare l’attecchimento del fallout sulle superfici.Le conseguenze umane: sfollamento, salute, lavoro a rischioPrima dei test, l’intera comunità locale – 167 abitanti – fu evacuata con la promessa di un ritorno “a breve” per il bene dell’umanità. La realtà fu diversa: spostati su atolli inadatti all’autosostentamento, i Bikiniani conobbero carenze alimentari e nuove migrazioni forzate. Nel frattempo, militari e tecnici addetti alle bonifiche operarono spesso in condizioni incerte e con dispositivi di protezione limitati per standard odierni; studi successivi hanno discusso effetti sanitari tra i veterani di Crossroads. Anche l’uso massiccio di animali da esperimento – su più navi e in differenti posizioni – sollevò critiche etiche che oggi appaiono ancora più pressanti.L’oggi: un’eredità radio-ecologica e culturaleBikini è oggi un sito patrimonio dell’umanità, simbolo tanto della guerra fredda quanto dell’impatto ambientale dei test atmosferici e sottomarini. Monitoraggi contemporanei hanno misurato in alcune aree livelli di radiazione ambientale ancora superiori agli standard di sicurezza locali, con valori che variano sensibilmente da isola a isola. L’area attira subacquei e ricercatori per il “cimitero” di navi – una capsula del tempo tecnologica – ma resta problematica per il pieno reinsediamento umano e per l’uso alimentare delle risorse locali.Che cosa andò davvero stortoSe Able mise a nudo la fragilità metodologica dell’esperimento, Baker ne rivelò il cuore del problema: una sottovalutazione della componente radiologica delle esplosioni sottomarine e l’assenza di protocolli di decontaminazione efficaci. A ciò si sommò l’errata percezione politica che uno sfollamento “temporaneo” potesse non trasformarsi in diaspora. Crossroads doveva essere una dimostrazione controllata; è ricordata, invece, come un punto di svolta che accelerò consapevolezza, trattati e cautele, lasciando però una comunità senza casa e un ecosistema segnato a lungo.

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