El Comercio De La República - Droni 3D per fondali Marini

Lima -

Droni 3D per fondali Marini




L’enorme rete di cavi e infrastrutture sottomarine che trasporta oltre il 95 % del traffico globale di dati si estende per centinaia di migliaia di chilometri. La loro vulnerabilità e il valore ambientale dei fondali spingono la ricerca verso soluzioni di sorveglianza autonome. Le tecnologie più recenti uniscono veicoli senza equipaggio, sensori tridimensionali e algoritmi di intelligenza artificiale per creare una nuova generazione di droni subacquei. Questi apparati sorvegliano i fondali in modo continuo, ricostruiscono habitat e infrastrutture in 3D e possono restare in immersione per settimane.

Un aspetto fondamentale è la mappatura tridimensionale. Sensori laser LiDAR di nuova generazione emettono impulsi verdi che penetrano l’acqua torbida, restituendo nuvole di punti ad alta densità che descrivono con precisione fondali e barriere coralline. Una dimostrazione condotta al largo di Port Beach ha mostrato come un sistema LiDAR montato su drone potesse coprire un’intera barriera artificiale in un volo di dieci minuti e generare una nuvola di 47 punti per metro quadrato. La profondità del fondale era di tre metri e la precisione verticale è risultata entro cinque centimetri. La rapidità di elaborazione ha permesso di produrre modelli tridimensionali lo stesso giorno, senza ricorrere a sommozzatori o imbarcazioni.

Alcune start‑up hanno miniaturizzato le piattaforme. Il micro AUV Hydrus pesa circa sette chilogrammi, può essere lanciato da una sola persona e filma il fondale in 4K. Nelle missioni condotte sul reef di Hall Bank in Australia, tre unità hanno volato in pattern a “tosaerba” per produrre gemelli digitali ad alta risoluzione del substrato. Questa tecnica ha permesso di documentare sbiancamento e frammentazione di coralli e offre ai ricercatori una base per pianificare interventi di conservazione. Allo stesso tempo, grandi aziende stanno sperimentando digital twin oceanici: Fujitsu, ad esempio, ha integrato LiDAR e AI su veicoli autonomi per ricostruire copie digitali di scogliere coralline con precisione centimetri­ca. L’algoritmo corregge colori e contorni delle immagini riprese in corrente, consentendo misure tridimensionali accurate in tempo reale e mettendo a disposizione degli scienziati simulazioni per valutare l’impatto dei cambiamenti climatici.

La sorveglianza del cavo sottomarino richiede però sistemi con grande autonomia. L’azienda tedesca Euroatlas ha presentato Greyshark, un veicolo subacqueo a forma di squalo progettato per pattugliare le dorsali dei cavi e delle condotte energetiche. Questa piattaforma, lunga circa 8 metri e costruita in materiale composito per ridurre la firma elettromagnetica, è spinta da un motore elettrico silenzioso che utilizza un anello magnetico e una propulsione a bassa rumorosità. Greyshark raggiunge una velocità operativa di 10 nodi con punte oltre i 12 nodi e ha un’autonomia eccezionale: può viaggiare per oltre 1 100 miglia nautiche o restare in missione per cinque giorni a velocità di crociera, e riducendo la velocità a 4 nodi può restare in immersione fino a 16 settimane.

Il veicolo è equipaggiato con sonar a sintesi d’apertura, multibeam ad ampio spettro, telecamere, scanner LiDAR e sensori elettromagnetici. I dati di tutti i sensori vengono fusi a bordo tramite algoritmi di intelligenza artificiale; in caso di eventi critici, il sistema invia allarmi a terra, ma in condizioni normali opera in completa autonomia, riducendo i contatti per non essere individuato. Greyshark può navigare fino a 650 metri di profondità – espandibile a 4 000 metri – e operare in sciami coordinati, dividendo l’area da monitorare fra più unità. L’autonomia include il rifornimento tramite container standard da 40 piedi, che consente di trasportare e riciclare i veicoli ovunque. Il costruttore ha annunciato contratti con due ministeri della difesa europei per oltre cento milioni di euro per un impiego militare non armato e ha dichiarato che altri paesi europei e asiatici stanno valutando l’acquisto. L’interesse nasce dopo alcuni incidenti del 2024 che hanno danneggiato cavi nel Mar Baltico; l’Alleanza Atlantica ha avviato un’iniziativa di sorveglianza chiamata Baltic Sentry e diversi paesi stanno schierando droni subacquei, aerei e navali per proteggere le comunicazioni sottomarine.

Oltre al Greyshark, la ricerca sulla protezione delle infrastrutture si arricchisce di sistemi complementari. Il sistema trainato KATFISH utilizza un sonar a sintesi d’apertura per produrre immagini con risoluzione di due centimetri; può essere rimorchiato da navi o veicoli di superficie senza equipaggio e coprire fino a 3,5 chilometri quadrati l’ora. Software di mappatura 3D in tempo reale permette ai ROV tradizionali di navigare vicino a strutture marine e generare carte senza dover essere guidati dalla superficie. Altre soluzioni, come il ROV senza cavi EXRAY, vengono usate per ispezionare serbatoi e spazi confinati, dimezzando i tempi di intervento e migliorando la sicurezza degli operatori.

Nonostante questi progressi, resta ancora molto da esplorare. Secondo i dati aggiornati della NOAA, nel giugno 2025 solo il 27 % dei fondali oceanici era mappato con sonar ad alta risoluzione e meno dello 0,001 % del fondale profondo era stato visitato da esseri umani. L’iniziativa internazionale Seabed 2030 punta a mappare l’intero fondale entro il 2030 e sfrutta la cooperazione di governi, organizzazioni scientifiche e aziende tecnologiche. A fronte del cambiamento climatico e della crescente tensione geopolitica sui mari, la combinazione di droni subacquei, sensori 3D e intelligenza artificiale può quindi contribuire non solo a proteggere l’infrastruttura digitale globale, ma anche a migliorare la conoscenza degli ecosistemi e a promuovere uno sviluppo sostenibile.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Il Mistero di Polybius

All’inizio degli anni Ottanta le sale giochi americane erano luoghi vivaci, pieni di neon e sintetizzatori. In questo contesto emerse la voce di un videogame chiamato Polybius: secondo il racconto, nell’autunno del 1981 comparve a Portland un cabinato nero senza marchio che proiettava forme geometriche e colori psichedelici. Il gioco era descritto come irresistibile e ipnotico; i ragazzi litigavano per giocare e, dopo poche partite, accusavano amnesie, incubi e persino convulsioni. La storia raccontava che misteriosi uomini in nero visitavano periodicamente la macchina per raccogliere dati, che due adolescenti scomparvero dopo averci giocato e che, dopo qualche settimana, tutti i cabinati sparirono. Nacque così l’idea di un programma segreto per controllare le menti dei giovani attraverso i videogiochi, con l’ombra della CIA e del progetto MK‑Ultra.Origine e diffusione della leggendaMalgrado il fascino sinistro della storia, nessuna prova concreta attesta che Polybius sia mai esistito. La prima menzione documentata appare online nel 1998, quando un utente inserì una pagina sul gioco in un archivio di macchine da sala giochi; questa pagina, datata erroneamente 1981, riporta solo rumori bizzarri e una storia “sconosciuta”. Nel 2003 una rivista specializzata raccolse la voce in un elenco di segreti e bugie, arrivando a una conclusione ambigua sulla sua autenticità. In molti hanno ipotizzato che il creatore del sito, appassionato di arcades, abbia inventato la storia per attirare attenzione. Il nome del fantomatico sviluppatore Sinneslöschen, che dovrebbe significare “cancellazione dei sensi”, contiene errori grammaticali in tedesco, mentre Polybius richiama l’omonimo storico greco noto per la critica alle fonti non verificate e per la sua passione per la crittografia. Tutti questi elementi suggeriscono una costruzione artificiale della leggenda.Fatti reali che alimentarono il mitoLa forza della leggenda di Polybius sta nel fatto che alcuni dettagli hanno radici nella realtà. Le sale giochi erano sorvegliate dalle autorità. Negli anni Ottanta l’FBI monitorava gli arcade di Portland per contrastare il gioco d’azzardo e le attività illegali; agenti sotto copertura installavano telecamere e microfoni all’interno delle macchine e prelevavano i nastri, attirando l’attenzione dei clienti. Episodi di crisi epilettiche provocate dai lampi luminosi dei videogiochi erano realmente documentati; i primi giocatori scoprivano forme di fotosensibilità e la mancanza di consapevolezza sull’epilessia fece pensare a convulsioni da “controllo mentale”. La morte per infarto di due giovani mentre tentavano record su giochi come Berzerk e Asteroids alimentò l’idea che le macchine fossero pericolose. Tutte queste notizie, unite alla presenza di cabinati clandestini che apparivano e scomparivano rapidamente, crearono un terreno fertile per le dicerie.In quegli anni, inoltre, il Dipartimento della Difesa statunitense commissionò ad Atari la modifica del gioco Battlezone per addestrare i carristi; l’adattamento, chiamato Bradley Trainer, fu effettivamente realizzato nel 1981. Contemporaneamente vennero alla luce i programmi di controllo mentale della CIA. I documenti declassificati sul progetto MK‑Ultra rivelano che negli anni Cinquanta l’agenzia sperimentò droghe, ipnosi e tecniche psicologiche per modificare il comportamento umano; molte registrazioni furono distrutte, ma quelle rimaste descrivono l’uso di LSD e ipnosi in interrogatori e test segreti. I ricordi di questi esperimenti, insieme all’immaginario di film come The Last Starfighter o Nightmares, contribuirono a dare verosimiglianza al mito di Polybius.Ricostruzioni e indaginiDiversi giornalisti e storici della cultura videoludica hanno indagato sulla leggenda. Un podcast pubblicato nel 2017 ha raccolto testimonianze di persone che sostenevano di ricordare il gioco: un uomo, per esempio, raccontò di essere stato rapito da uomini in nero dopo aver giocato e di aver trascorso la notte in un bosco lontano dalla città. Gli autori del podcast, dopo numerose interviste, scoprirono però che molte storie erano contraddittorie e che le versioni del mito variavano a seconda di chi le raccontava. Altri ricercatori hanno individuato alcuni videogiochi come possibili ispiratori: Cube Quest (1983) era un titolo laserdisc con ambientazioni “allucinogene”, mentre Tempest usava grafica vettoriale simile a quella descritta per Polybius e poteva provocare malesseri. Anche la versione moderna di Polybius realizzata nel 2017 dal game designer Jeff Minter per PlayStation VR – un gioco psichedelico ispirato alle voci – conferma come la leggenda abbia influenzato la cultura pop.Nel febbraio 2026 un video pubblicato online ha rianalizzato la vicenda, raccontando la storia della macchina misteriosa, contestualizzando la paranoia sugli esperimenti di controllo mentale e descrivendo le indagini di giornalisti e appassionati. Il video ricorda che la voce iniziò a circolare alla fine degli anni Novanta su un sito dedicato alle sale giochi e che, nonostante le ricerche, nessuno ha mai trovato un cabinato o un software autentico. L’autore sottolinea che la vera lezione di Polybius è il modo in cui le paure collettive – la sorveglianza governativa, l’abuso di tecnologie e i pericoli reali dei videogiochi – vengono trasformate in narrazione.Il fascino duraturo di un mitoOggi Polybius viene ricordato come una delle più celebri leggende urbane dei videogiochi. La cultura pop gli ha dedicato apparizioni in serie animate, videoclip musicali e persino nuove versioni videoludiche. L’episodio di una serie televisiva del 2021 ha riacceso l’interesse citando il cabinato in un multiverso narrativo; musica e performance artistiche hanno usato il nome come simbolo di conspirazioni e nostalgia. Il mito continua a circolare anche grazie al fascino dell’ignoto: l’idea che esista un gioco segreto che può alterare la mente risuona con ansie contemporanee come la manipolazione dei dati, la dipendenza da dispositivi digitali e la propaganda personalizzata. Come osserva un giornalista, è ironico che, in un’epoca in cui i social network profilano gli utenti e gli algoritmi influenzano il comportamento, ci si senta nostalgici per un presunto complotto legato a un cabinato degli anni Ottanta.In definitiva, Polybius non è mai esistito come prodotto reale: è un assemblaggio di eventi autentici – sorveglianza, sperimentazioni militari, incidenti medici – e di paure collettive. La leggenda mostra come la combinazione di mezze verità e anonimato digitale possa creare storie persistenti e credibili. Se il mistero del cabinato resterà per sempre irrisolto, la vicenda ci ricorda che l’attrazione per le teorie del complotto deriva spesso da timori reali. Comprendere l’origine di queste paure ci permette di smitizzare il mito e di riflettere sulle responsabilità etiche delle tecnologie che utilizziamo.