El Comercio De La República - Fisica e segreti del Curling

Lima -

Fisica e segreti del Curling




Il curling, per molti anni considerato una curiosità delle Olimpiadi invernali, è diventato un fenomeno mediatico in Italia grazie alla medaglia di bronzo conquistata dalla squadra azzurra nel doppio misto ai Giochi di Milano‑Cortina 2026. Dietro quelle pietre di granito che scivolano sul ghiaccio e i giocatori che spazzano furiosamente con scope speciali c’è un concentrato di fisica, strategia e tecnologia. Questo articolo esplora le regole di base, i principi scientifici che spiegano il comportamento delle stone, il ruolo cruciale dello sweeping e i motivi per cui gli atleti riescono a muoversi sul ghiaccio senza cadere.

Regole e dinamica di gioco
Un campo di curling misura circa quaranta‐cinque metri di lunghezza. All’estremità è disegnato un bersaglio formato da cerchi concentrici chiamato house; la zona centrale è il punto di riferimento per assegnare i punti. Nelle competizioni tradizionali le squadre sono composte da quattro giocatori e ogni atleta lancia due stone per ogni end, la mano di gioco, per un totale di dieci end. Nel doppio misto, invece, le squadre scendono in campo con due atleti e gestiscono cinque stone a testa in otto mani. Lo scopo è posizionare il proprio sasso il più vicino possibile al centro: alla fine dell’end segna punti solo la squadra che ha la pietra più vicina all’obiettivo. Per questo la strategia è fondamentale. Spesso si costruiscono “guardie” per proteggere i propri sassi oppure si colpiscono le stone avversarie per allontanarle. I ruoli vengono alternati: un giocatore lancia la stone, due compagni spazzano davanti al sasso per regolarne velocità e traiettoria e lo skip dall’altra parte del campo guida i compagni indicando la direzione e il momento esatto in cui spazzare.

Una curiosità che rende il curling unico è l’assenza di arbitro: lo sport è fondato su uno spirito di fair play. Spesso sono gli stessi atleti a segnalare eventuali infrazioni e, a fine partita, è tradizione che la squadra vincitrice offra da bere agli avversari.

La fisica della pietra e del ghiaccio
Il campo da curling non è perfettamente liscio; prima delle gare un tecnico spruzza microgocce d’acqua che congelano immediatamente e formano una superficie irregolare chiamata pebble. Questo strato di micro‑gobbe riduce l’area di contatto tra la stone e il ghiaccio: la pietra poggia solo sull’anello esterno della sua base, detto running band. Con il peso concentrato su una superficie minima l’attrito diminuisce e le gobbette si deformano leggermente al passaggio, favorendo lo scorrimento. Grazie al pebble il sasso continua a scivolare per molti metri; su una superficie perfettamente liscia si fermerebbe molto prima.

Quando il giocatore lancia la stone imprime una rotazione oraria o antioraria. La differenza di attrito fra la parte anteriore e posteriore, provocata dall’incontro con le gobbette, genera una forza laterale che curva la traiettoria: da qui deriva il termine inglese to curl, cioè “arricciare”.

Le stone pesano circa 19 chilogrammi e vengono prodotte con graniti molto specifici. La maggior parte dei sassi utilizzati nelle competizioni internazionali proviene dall’isola di Ailsa Craig in Scozia. Il cuore della stone è realizzato in granito Common Green, un materiale duro ed elastico capace di assorbire i violenti urti durante le bocciate. La fascia inferiore, quella che entra in contatto con il ghiaccio, è fatta di granito Blue Hone, a grana finissima e molto poco porosa; questa caratteristica impedisce all’acqua di penetrare e gelare all’interno, evitando che la pietra si rompa.

Perché si usano le scope
Uno degli aspetti più scenografici del curling è lo sweeping, ovvero lo spazzolamento del ghiaccio davanti alla stone. L’azione può sembrare banale, ma è determinante per il successo di un tiro. Sfregando il ghiaccio con velocità e pressione, gli spazzatori generano calore per attrito. Questo calore scioglie temporaneamente la superficie del pebble, creando un sottilissimo velo d’acqua che agisce da lubrificante. L’effetto è duplice: riducendo l’attrito, la pietra perde meno velocità e percorre più strada, e diminuendo l’attrito laterale si attenua la curvatura della traiettoria, rendendola più dritta. Lo skip controlla lo sweeping con comandi vocali, indicando quando e quanto spazzare per raggiungere il punto desiderato.

Lo stesso principio è stato descritto da atleti e giornalisti come “effetto scopa”: spazzare davanti alla pietra ne aumenta la velocità e ne raddrizza la traiettoria grazie al sottile strato d’acqua che si forma sul ghiaccio. Questa capacità di modulare il tiro rende lo sweeping un’arte a metà tra fisica e abilità manuale.

Scarpe asimmetriche e stabilità sul ghiaccio
Chi osserva il curling per la prima volta si chiede come sia possibile correre e scivolare sul ghiaccio senza cadere. Il segreto risiede nelle calzature appositamente progettate per questo sport. Gli atleti non indossano pattini, bensì scarpe asimmetriche: sotto il piede che spinge c’è una suola in gomma con grande grip, che consente di fare attrito sul ghiaccio, mentre l’altro piede monta una suola in teflon o acciaio inox molto scivolosa chiamata slider. Questa combinazione permette di eseguire l’affondo lungo e controllato tipico del lancio. Per camminare normalmente fuori dal tiro, gli atleti applicano sullo slider una protezione in gomma detta anti‑slider. Lo slider può essere rimosso o coperto per ottenere più stabilità.

La differenza tra le due suole è stata spiegata anche da vari articoli specialistici: la scarpa con suola scivolosa facilita lo scorrimento durante il lancio, mentre quella con suola gommata, chiamata glipper, garantisce aderenza e stabilità. La punta rinforzata della glipper aiuta nella spinta iniziale e previene cadute. Sulle stesse scarpe viene applicata una fettuccia in gomma rimovibile (anti‑slider) che consente di muoversi sul ghiaccio in sicurezza quando non si è impegnati in un tiro. Chi si occupa della scopa spesso utilizza due slider per muoversi più rapidamente lungo il campo.

Queste scarpe spiegano perché i curler non scivolano come nei film: l’aderenza e la capacità di alternare grip e scivolamento permettono movimenti precisi. Inoltre il pebble rende la superficie meno liscia di quanto sembri; l’attrito tra le gobbette e la suola in gomma contribuisce a evitare cadute.

Preparazione fisica e curiosità
Nonostante l’apparenza “statica”, il curling richiede un allenamento intenso. Gli atleti devono padroneggiare la forza e l’equilibrio per far scivolare un sasso da 20 chilogrammi e al tempo stesso spazzare con ritmo sostenuto. Durante lo sweeping, la frequenza cardiaca aumenta rapidamente, poi bisogna recuperare in pochi secondi per essere pronti al tiro successivo. Le sessioni di allenamento prevedono esercizi sulla stabilità del core, pesi e lavoro metabolico. A livello mentale è necessario controllare l’adrenalina: l’eccesso di tensione può compromettere la sensibilità necessaria a modulare la forza del lancio.

Oltre agli aspetti agonistici, il curling è noto per il suo codice etico. Non esistono arbitri e la correttezza è garantita dallo “spirit of curling”, un insieme di regole non scritte che richiamano il rispetto dell’avversario. È consuetudine che la squadra vincitrice offra una birra agli sconfitti a fine partita, testimonianza di uno sport che unisce competizione e convivialità.

Conclusioni e futuro sportivo
Il curling combina tradizione, fisica e tecnologia: la preparazione del ghiaccio con il pebble permette alle pietre di scivolare; la rotazione impressa genera la curvatura; lo sweeping trasforma l’attrito in uno strumento di controllo; le stone, prodotte con graniti selezionati, sono capolavori di ingegneria; le scarpe asimmetriche consentono di coniugare scivolamento e stabilità. Grazie alle imprese degli atleti italiani a Milano‑Cortina 2026, questo sport affascinante ha conquistato il cuore del pubblico e si prepara a una nuova stagione di popolarità.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Il Mistero di Polybius

All’inizio degli anni Ottanta le sale giochi americane erano luoghi vivaci, pieni di neon e sintetizzatori. In questo contesto emerse la voce di un videogame chiamato Polybius: secondo il racconto, nell’autunno del 1981 comparve a Portland un cabinato nero senza marchio che proiettava forme geometriche e colori psichedelici. Il gioco era descritto come irresistibile e ipnotico; i ragazzi litigavano per giocare e, dopo poche partite, accusavano amnesie, incubi e persino convulsioni. La storia raccontava che misteriosi uomini in nero visitavano periodicamente la macchina per raccogliere dati, che due adolescenti scomparvero dopo averci giocato e che, dopo qualche settimana, tutti i cabinati sparirono. Nacque così l’idea di un programma segreto per controllare le menti dei giovani attraverso i videogiochi, con l’ombra della CIA e del progetto MK‑Ultra.Origine e diffusione della leggendaMalgrado il fascino sinistro della storia, nessuna prova concreta attesta che Polybius sia mai esistito. La prima menzione documentata appare online nel 1998, quando un utente inserì una pagina sul gioco in un archivio di macchine da sala giochi; questa pagina, datata erroneamente 1981, riporta solo rumori bizzarri e una storia “sconosciuta”. Nel 2003 una rivista specializzata raccolse la voce in un elenco di segreti e bugie, arrivando a una conclusione ambigua sulla sua autenticità. In molti hanno ipotizzato che il creatore del sito, appassionato di arcades, abbia inventato la storia per attirare attenzione. Il nome del fantomatico sviluppatore Sinneslöschen, che dovrebbe significare “cancellazione dei sensi”, contiene errori grammaticali in tedesco, mentre Polybius richiama l’omonimo storico greco noto per la critica alle fonti non verificate e per la sua passione per la crittografia. Tutti questi elementi suggeriscono una costruzione artificiale della leggenda.Fatti reali che alimentarono il mitoLa forza della leggenda di Polybius sta nel fatto che alcuni dettagli hanno radici nella realtà. Le sale giochi erano sorvegliate dalle autorità. Negli anni Ottanta l’FBI monitorava gli arcade di Portland per contrastare il gioco d’azzardo e le attività illegali; agenti sotto copertura installavano telecamere e microfoni all’interno delle macchine e prelevavano i nastri, attirando l’attenzione dei clienti. Episodi di crisi epilettiche provocate dai lampi luminosi dei videogiochi erano realmente documentati; i primi giocatori scoprivano forme di fotosensibilità e la mancanza di consapevolezza sull’epilessia fece pensare a convulsioni da “controllo mentale”. La morte per infarto di due giovani mentre tentavano record su giochi come Berzerk e Asteroids alimentò l’idea che le macchine fossero pericolose. Tutte queste notizie, unite alla presenza di cabinati clandestini che apparivano e scomparivano rapidamente, crearono un terreno fertile per le dicerie.In quegli anni, inoltre, il Dipartimento della Difesa statunitense commissionò ad Atari la modifica del gioco Battlezone per addestrare i carristi; l’adattamento, chiamato Bradley Trainer, fu effettivamente realizzato nel 1981. Contemporaneamente vennero alla luce i programmi di controllo mentale della CIA. I documenti declassificati sul progetto MK‑Ultra rivelano che negli anni Cinquanta l’agenzia sperimentò droghe, ipnosi e tecniche psicologiche per modificare il comportamento umano; molte registrazioni furono distrutte, ma quelle rimaste descrivono l’uso di LSD e ipnosi in interrogatori e test segreti. I ricordi di questi esperimenti, insieme all’immaginario di film come The Last Starfighter o Nightmares, contribuirono a dare verosimiglianza al mito di Polybius.Ricostruzioni e indaginiDiversi giornalisti e storici della cultura videoludica hanno indagato sulla leggenda. Un podcast pubblicato nel 2017 ha raccolto testimonianze di persone che sostenevano di ricordare il gioco: un uomo, per esempio, raccontò di essere stato rapito da uomini in nero dopo aver giocato e di aver trascorso la notte in un bosco lontano dalla città. Gli autori del podcast, dopo numerose interviste, scoprirono però che molte storie erano contraddittorie e che le versioni del mito variavano a seconda di chi le raccontava. Altri ricercatori hanno individuato alcuni videogiochi come possibili ispiratori: Cube Quest (1983) era un titolo laserdisc con ambientazioni “allucinogene”, mentre Tempest usava grafica vettoriale simile a quella descritta per Polybius e poteva provocare malesseri. Anche la versione moderna di Polybius realizzata nel 2017 dal game designer Jeff Minter per PlayStation VR – un gioco psichedelico ispirato alle voci – conferma come la leggenda abbia influenzato la cultura pop.Nel febbraio 2026 un video pubblicato online ha rianalizzato la vicenda, raccontando la storia della macchina misteriosa, contestualizzando la paranoia sugli esperimenti di controllo mentale e descrivendo le indagini di giornalisti e appassionati. Il video ricorda che la voce iniziò a circolare alla fine degli anni Novanta su un sito dedicato alle sale giochi e che, nonostante le ricerche, nessuno ha mai trovato un cabinato o un software autentico. L’autore sottolinea che la vera lezione di Polybius è il modo in cui le paure collettive – la sorveglianza governativa, l’abuso di tecnologie e i pericoli reali dei videogiochi – vengono trasformate in narrazione.Il fascino duraturo di un mitoOggi Polybius viene ricordato come una delle più celebri leggende urbane dei videogiochi. La cultura pop gli ha dedicato apparizioni in serie animate, videoclip musicali e persino nuove versioni videoludiche. L’episodio di una serie televisiva del 2021 ha riacceso l’interesse citando il cabinato in un multiverso narrativo; musica e performance artistiche hanno usato il nome come simbolo di conspirazioni e nostalgia. Il mito continua a circolare anche grazie al fascino dell’ignoto: l’idea che esista un gioco segreto che può alterare la mente risuona con ansie contemporanee come la manipolazione dei dati, la dipendenza da dispositivi digitali e la propaganda personalizzata. Come osserva un giornalista, è ironico che, in un’epoca in cui i social network profilano gli utenti e gli algoritmi influenzano il comportamento, ci si senta nostalgici per un presunto complotto legato a un cabinato degli anni Ottanta.In definitiva, Polybius non è mai esistito come prodotto reale: è un assemblaggio di eventi autentici – sorveglianza, sperimentazioni militari, incidenti medici – e di paure collettive. La leggenda mostra come la combinazione di mezze verità e anonimato digitale possa creare storie persistenti e credibili. Se il mistero del cabinato resterà per sempre irrisolto, la vicenda ci ricorda che l’attrazione per le teorie del complotto deriva spesso da timori reali. Comprendere l’origine di queste paure ci permette di smitizzare il mito e di riflettere sulle responsabilità etiche delle tecnologie che utilizziamo.