El Comercio De La República - Niagara: Formazione e Tesla

Lima -

Niagara: Formazione e Tesla




Le cascate del Niagara, uno degli spettacoli naturali più iconici al mondo, si sono formate circa 12.000 anni fa durante l'ultima era glaciale. Quando i ghiacciai si sono ritirati, l'acqua dai Grandi Laghi ha scavato il fiume Niagara, creando le maestose cascate che vediamo oggi. Questo processo geologico è ancora in corso, con le cascate che si ritirano lentamente a monte a causa dell'erosione continua.

Nikola Tesla, un inventore e ingegnere serbo-americano, ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo dell'energia idroelettrica alle cascate del Niagara. Nel tardo XIX secolo, Tesla, insieme all'industriale George Westinghouse, ha progettato e costruito la prima centrale idroelettrica alle cascate del Niagara. Questo progetto pionieristico ha dimostrato l'efficacia della corrente alternata (CA) per la trasmissione di energia a lunga distanza, superando la corrente continua (CC) promossa da Thomas Edison.

La centrale idroelettrica di Niagara Falls, inaugurata nel 1895, è stata una pietra miliare nella storia dell'elettricità. Ha permesso di generare energia pulita e rinnovabile, alimentando città come Buffalo, New York, a oltre 30 chilometri di distanza. Questo successo ha consolidato la superiorità della CA e ha portato alla sua adozione diffusa in tutto il mondo.

Tesla aveva sognato fin da bambino di imbrigliare la potenza delle cascate del Niagara. La sua visione è diventata realtà con la costruzione della centrale, che continua a operare ancora oggi, fornendo energia a milioni di persone. Nel 2023, si è celebrato il 125º anniversario della centrale, con eventi che hanno reso omaggio ai contributi di Tesla.

Le cascate del Niagara non sono solo una meraviglia naturale, ma anche un simbolo dell'ingegno umano e dell'innovazione tecnologica. La collaborazione tra Tesla e Westinghouse ha aperto la strada a moderne centrali idroelettriche e ha contribuito a plasmare il mondo moderno.



In primo piano


Bikini: Cosa andò Storto

Nel 1946, appena un anno dopo Hiroshima e Nagasaki, gli Stati Uniti scelsero l’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, per misurare scientificamente quanto una flotta potesse resistere a una bomba atomica. La missione, battezzata “Operazione Crossroads”, mobilitò 42.000 militari e tecnici e un’imponente flotta-bersaglio di 95 navi, inclusi corazzate, portaerei e sottomarini, alcune cariche di carburanti e munizionamenti. Non fu solo un esperimento militare: venne trasformato in un evento mediatico globale, con tribune per la stampa, cineprese su torri e navi e un dispiegamento inedito di mezzi per documentare “l’era atomica”.Il piano e la sua spettacolarizzazioneCrossroads prevedeva due detonazioni con ordigni di potenza simile a quella usata nella Seconda guerra mondiale. Centinaia di animali da laboratorio furono disposti a bordo per valutare gli effetti immediati di onda d’urto e radiazioni. Per alimentare l’attenzione pubblica e “normalizzare” l’atomo in chiave di deterrenza, l’operazione fu raccontata quasi in diretta: tonnellate di attrezzature cinematografiche e fotografi da tutto il mondo resero Bikini una vetrina della potenza tecnologica del dopoguerra.Able: l’errore che svelò i limiti del testIl primo scoppio, “Able”, fu un’esplosione aerea sopra la laguna. La bomba non centrò il punto previsto e l’efficacia distruttiva sulle navi risultò inferiore alle attese: solo poche unità affondarono, altre riportarono danni gestibili. Ma proprio quell’errore evidenziò un problema metodologico: un singolo parametro fuori tolleranza (quota, mira, vento) alterava radicalmente i risultati, riducendo il valore comparativo del test.Baker: la “prima catastrofe nucleare”La seconda detonazione, “Baker”, avvenne sott’acqua, a bassa profondità. L’onda di pressione da sottochiglia sventrò scafi e infrastrutture; soprattutto, la colonna d’acqua e il “base surge” – una nube radente di spruzzi e aerosol – ricaddero su gran parte della flotta-bersaglio. Quell’acqua, intrisa di prodotti di fissione e particolato del fondale, aderì tenacemente a lamiere, vernici, cavi e interstizi. Le squadre tentarono lavaggi ad alta pressione, detergenti e liscivia: la contaminazione rimase. Il risultato fu più grave del danno cinetico: navi che avevano “retto” all’esplosione erano ormai inutilizzabili a causa della radioattività persistente. La terza prova prevista (“Charlie”, in acque più profonde) venne cancellata; la stessa Marina, in seguito, introdusse dotazioni e procedure di “wash-down” per limitare l’attecchimento del fallout sulle superfici.Le conseguenze umane: sfollamento, salute, lavoro a rischioPrima dei test, l’intera comunità locale – 167 abitanti – fu evacuata con la promessa di un ritorno “a breve” per il bene dell’umanità. La realtà fu diversa: spostati su atolli inadatti all’autosostentamento, i Bikiniani conobbero carenze alimentari e nuove migrazioni forzate. Nel frattempo, militari e tecnici addetti alle bonifiche operarono spesso in condizioni incerte e con dispositivi di protezione limitati per standard odierni; studi successivi hanno discusso effetti sanitari tra i veterani di Crossroads. Anche l’uso massiccio di animali da esperimento – su più navi e in differenti posizioni – sollevò critiche etiche che oggi appaiono ancora più pressanti.L’oggi: un’eredità radio-ecologica e culturaleBikini è oggi un sito patrimonio dell’umanità, simbolo tanto della guerra fredda quanto dell’impatto ambientale dei test atmosferici e sottomarini. Monitoraggi contemporanei hanno misurato in alcune aree livelli di radiazione ambientale ancora superiori agli standard di sicurezza locali, con valori che variano sensibilmente da isola a isola. L’area attira subacquei e ricercatori per il “cimitero” di navi – una capsula del tempo tecnologica – ma resta problematica per il pieno reinsediamento umano e per l’uso alimentare delle risorse locali.Che cosa andò davvero stortoSe Able mise a nudo la fragilità metodologica dell’esperimento, Baker ne rivelò il cuore del problema: una sottovalutazione della componente radiologica delle esplosioni sottomarine e l’assenza di protocolli di decontaminazione efficaci. A ciò si sommò l’errata percezione politica che uno sfollamento “temporaneo” potesse non trasformarsi in diaspora. Crossroads doveva essere una dimostrazione controllata; è ricordata, invece, come un punto di svolta che accelerò consapevolezza, trattati e cautele, lasciando però una comunità senza casa e un ecosistema segnato a lungo.

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