El Comercio De La República - Social e ia, cervello Lento

Lima -

Social e ia, cervello Lento




Nell’ultimo biennio il termine brain rot è passato da slang giovanile a fenomeno di costume. L’espressione – letteralmente “marciume cerebrale” – è stata scelta come parola dell’anno 2024 da un importante dizionario internazionale perché riassume la preoccupazione per il deterioramento mentale dovuto al consumo massiccio di contenuti digitali. Gli esperti definiscono brain rot la presunta decadenza dello stato mentale causata dall’iper‑esposizione a materiali online triviali, spesso consumati in modo compulsivo. Il termine ha visto un aumento dell’uso del 230 % in un solo anno, segno di una crescente consapevolezza dell’impatto dei social sulla salute mentale, soprattutto nelle generazioni Gen Z e Gen Alpha.

La nuova lingua dei social descrive bene un fenomeno che psicologi e neuroscienziati osservano da tempo: la sovrabbondanza di notifiche, video brevi e contenuti di bassa qualità sta allenando il cervello a ricercare stimoli immediati a scapito della riflessione. L’“endless scroll” costringe a passare rapidamente da un argomento all’altro e porta all’accumulo di materiali superficiali che saturano l’attenzione e svuotano la memoria. Questo bombardamento continuo indebolisce la capacità di concentrarsi e di prendere decisioni ponderate e, secondo studiosi che hanno analizzato il fenomeno, produce un vero e proprio affaticamento cognitivo.

Quando i video durano pochi secondi
Le piattaforme di short‑video come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts sono progettate per attivare rapidamente il sistema della ricompensa. Studi citati da divulgatori italiani rilevano che l’esposizione prolungata a questi contenuti influenza le aree cerebrali legate alla concentrazione, all’autocontrollo, alla memoria e all’equilibrio emotivo. I video brevissimi generano picchi di dopamina che inducono a continuare a guardare, creando un ciclo di dipendenza. Questa abitudine rende più difficile concentrarsi su compiti lunghi, interferisce con la memoria – causando dimenticanze improvvise – e riduce l’attività delle zone del cervello che regolano il controllo e il processo decisionale.

Il problema non riguarda solo la soglia di attenzione. Secondo un report sul benessere digitale pubblicato nel 2025 su un campione di oltre 1 500 adulti italiani, più della metà degli utenti tra i 18 e i 34 anni resta sveglia fino a tardi scorrendo i feed e quasi la metà controlla i social appena si sveglia. Gli adulti over 65 passano circa 7 ore a settimana sui social, ma i giovani tra i 18 e i 24 anni arrivano a 21 ore alla settimana, quasi un quinto del tempo trascorso svegli. Nel report il 40 % degli utenti tra i 25 e i 34 anni ritiene che i social media influiscano negativamente sulla propria salute mentale, e il 30 % segnala un aumento di stress o ansia. Ciò nonostante, il 47 % degli stessi giovani considera le piattaforme indispensabili per restare aggiornati.

Gli scienziati che hanno studiato l’uso intensivo di video brevi hanno osservato alterazioni funzionali in alcune reti neurali. Un lavoro pubblicato su Neuroimage ha individuato modifiche nelle aree coinvolte nella regolazione delle emozioni e nel sistema di ricompensa – corteccia orbitofrontale, cervelletto bilaterale e corteccia prefrontale dorsolaterale – e maggiore attività nelle regioni che monitorano le emozioni e nei lobi temporali, responsabili della sensibilità agli stimoli sociali. Un meta‑studio su 71 ricerche, pubblicato su Psychological Bulletin, ha correlato l’abuso di video brevi a un calo delle prestazioni scolastiche e a un aumento di depressione, solitudine, stress e ansia tra studenti di elementari e medie.

Ragazzi sempre più connessi
L’iperconnessione inizia sempre prima. Secondo dati diffusi da un’organizzazione internazionale per la tutela dei minori, in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (32,6 %) usa lo smartphone tutti i giorni; nel 2018‑2019 erano il 18,4 %. Tra gli 11 e i 13 anni, oltre il 62 % ha almeno un account social. Queste percentuali sono molto più elevate nel Sud e nelle isole, dove quasi la metà dei bambini usa quotidianamente il telefono. Nonostante l’età minima richiesta per iscriversi alle piattaforme sia 14 anni (o 13 con il consenso dei genitori), molti preadolescenti aggirano i divieti. L’organizzazione sottolinea l’urgenza di educare i minori a un uso consapevole della rete e di affiancarli nel percorso digitale.

Numerosi reportage italiani hanno confermato che l’età media del primo smartphone si è abbassata a circa 10 anni e che molti bambini passano oltre tre ore al giorno davanti a uno schermo. In alcune regioni, ben il 62,3 % degli undicenni possiede già un profilo social e a scuola mostra cali di concentrazione e memoria. Gli psicologi parlano di «epidemia silenziosa» perché il gesto automatico di scorrere lo schermo attiva circuiti dopaminergici simili a quelli delle dipendenze, alterando la produzione di dopamina e riducendo la tolleranza alla noia. L’uso precoce dei dispositivi digitali è stato inoltre associato a “amnesia digitale”: l’esposizione continua a notifiche impedisce la codifica profonda delle informazioni, con difficoltà a ricordare ciò che non viene elaborato con calma. Ricercatori evidenziano che i bambini e i preadolescenti spesso non hanno gli strumenti cognitivi per gestire l’infinite scroll; l’abitudine a stimoli rapidi frammenta la loro attenzione e riduce la capacità di mantenere una concentrazione sostenuta.

La stessa organizzazione ricorda che bambini e adolescenti crescono in una dimensione onlife in cui il mondo materiale e quello digitale si intrecciano, ma non sempre possiedono le competenze per navigare online in modo sicuro. Si evidenzia che la rete offre opportunità di apprendimento e socializzazione ma nasconde anche rischi – cyberbullismo, adescamento, dipendenza – che non possono essere affrontati con semplici divieti. Occorre coinvolgere famiglie, scuole, istituzioni e piattaforme per colmare le disuguaglianze digitali e promuovere un’educazione all’uso responsabile.

Intelligenza artificiale e “debito cognitivo”
Nel 2025 un gruppo di ricercatori del Media Lab di una prestigiosa università statunitense ha eseguito un esperimento per valutare l’impatto dei grandi modelli linguistici sulla creatività e sulla memoria. 54 studenti sono stati divisi in tre gruppi: il primo ha scritto alcuni testi senza supporto digitale, il secondo ha usato un motore di ricerca e il terzo ha utilizzato un assistente di intelligenza artificiale generativa. Durante le sessioni i loro cervelli sono stati monitorati con un elettroencefalogramma.

I risultati sono eloquenti: chi ha scritto solo con le proprie risorse ha mostrato una maggiore attivazione cerebrale, testi più originali e una memoria più solida. Al contrario, gli studenti che hanno utilizzato l’assistente AI hanno manifestato un’attività cerebrale significativamente ridotta, minor coinvolgimento mentale, difficoltà a ricordare il contenuto appena prodotto e testi meno creativi. Anche il gruppo che ha usato il motore di ricerca ha registrato un’attivazione intermedia. Nella fase finale, alcuni studenti sono passati dall’AI alla scrittura autonoma, ma non sono riusciti a recuperare il livello di attività cerebrale iniziale; i ricercatori parlano di debito cognitivo: delegare troppe funzioni alla macchina genera un costo mentale che rende il cervello più “pigro”.

Altri studi condotti dallo stesso gruppo hanno quantificato meglio questo “debito”: gli utenti di ChatGPT completavano i compiti di scrittura in media il 60 % più velocemente, ma il loro carico cognitivo germinale – lo sforzo necessario a trasformare le informazioni in conoscenza – diminuiva del 32 %. Le scansioni EEG hanno mostrato che i partecipanti che usavano solo il cervello presentavano circa 79 connessioni nella banda alpha (cruciali per l’attenzione e l’elaborazione semantica), mentre gli utenti dell’AI ne avevano appena 42. Un dato ancora più allarmante è la memoria: oltre l’83 % degli studenti che si sono affidati all’assistente non riusciva a ricordare le frasi scritte pochi minuti prima. Gli autori sottolineano che i cervelli in via di sviluppo potrebbero essere particolarmente vulnerabili a questo effetto.

Un’altra indagine pubblicata nell’ottobre 2025 su una rinomata rivista medica ha analizzato i dati di 6 554 bambini di 9‑13 anni seguiti per due anni. I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in tre gruppi in base all’uso dei social: nessuno o molto basso, basso ma in aumento (circa un’ora al giorno) e alto in aumento (tre ore al giorno). I risultati mostrano che gli adolescenti con uso crescente dei social hanno ottenuto risultati inferiori ai coetanei nei test di lettura, memoria e vocabolario. Anche chi usava i social per poco più di un’ora mostrava un calo di 1‑2 punti, mentre i più assidui perdevano fino a 4 punti. Gli autori ipotizzano che il tempo trascorso online sottragga ore allo studio, al sonno e alla lettura, e che le notifiche e i video brevi allenino il cervello a cercare novità costanti, rendendo difficile concentrarsi su compiti complessi.

Pochi mesi dopo, un’ampia ricerca condotta dal Karolinska Institutet e dall’Università dell’Oregon su oltre 8 000 bambini seguiti dai 10 ai 14 anni ha rilevato che solo l’uso dei social, e non quello dei videogiochi o della televisione, è associato a un graduale aumento dei sintomi di disattenzione. Gli scienziati spiegano che i social media offrono distrazioni costanti – messaggi, notifiche, attesa di reazioni – che interferiscono con la capacità di restare concentrati. Nello studio, il tempo medio passato sui social aumentava da circa 30 minuti al giorno a quasi due ore e mezza al compimento dei 13 anni. Pur trattandosi di un effetto individualmente modesto, gli autori osservano che a livello di popolazione può contribuire all’aumento delle diagnosi di disturbo dell’attenzione nei giovanissimi.

Una serie di ricerche citate da pediatri e psicologi italiani conferma che l’uso intensivo dei social è legato a deficit di memoria, attenzione e controllo inibitorio nelle funzioni esecutive. Questi studi suggeriscono che le notifiche continue e l’instant reward loop rendono il cervello meno capace di ritardare la gratificazione e più incline a comportamenti compulsivi.

Queste ricerche non stabiliscono una causalità assoluta, ma mostrano associazioni preoccupanti: anche piccole variazioni di rendimento, quando applicate a milioni di giovani, possono tradursi in ritardi scolastici e calo delle competenze. Neuropsicologi spiegano che l’esposizione alle ricompense sociali sulla rete modifica le aree del cervello che gestiscono emozioni, giudizio e ricompensa; ciò potrebbe aumentare la ricerca compulsiva di stimoli a scapito della concentrazione e della memoria. Non è chiaro se questi cambiamenti siano permanenti, ma gli esperti parlano di “invecchiamento accelerato” del cervello nei giovani e sottolineano la necessità di ulteriori studi.

Il lato oscuro della connessione continua
Oltre alla riduzione delle prestazioni cognitive, l’iperconnessione influisce sulla salute mentale. Diversi studi su campioni di migliaia di adolescenti hanno evidenziato un aumento di ansia, depressione e solitudine tra chi trascorre più di tre ore al giorno sui social. Siti di divulgazione scientifica ricordano che trascorriamo quasi 2 ore e mezza al giorno sui social e che l’esposizione precoce a schermi interferisce con lo sviluppo linguistico, emotivo e cognitivo dei bambini. Un’analisi della letteratura indica che il tempo trascorso sui social è correlato a dipendenza comportamentale, problemi di sonno, stress e riduzione dell’autostima.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di evitare l’uso di dispositivi digitali per i bambini sotto i due anni e di limitarlo a meno di un’ora al giorno tra i due e i cinque anni. Tuttavia, una recente indagine in Italia ha rilevato che il 22,1 % dei bambini tra due e cinque mesi viene esposto quotidianamente a schermi, e che la percentuale sale al 58 % tra gli 11 e i 15 mesi. I pediatri avvertono che l’uso eccessivo di dispositivi in età prescolare può compromettere lo sviluppo motorio, linguistico e sociale.

Le nuove linee guida italiane sull’infanzia digitale, presentate nel 2025, ribadiscono che ogni anno guadagnato senza schermi è un investimento nella salute cognitiva ed emotiva. Gli esperti riferiscono che 30 minuti in più al giorno di dispositivi raddoppiano il rischio di ritardo del linguaggio sotto i due anni, mentre ogni ora aggiuntiva riduce il sonno di circa un quarto d’ora nei bambini di 3‑5 anni e oltre 50 minuti al giorno di schermi sono legati all’ipertensione pediatrica. Studi di imaging hanno mostrato che un uso eccessivo in età prescolare può assottigliare la corteccia in aree legate al linguaggio, alla memoria e all’attenzione, con conseguenze a lungo termine. Per questo motivo, i pediatri suggeriscono di posticipare il possesso di uno smartphone almeno fino ai 13 anni, ritardare l’ingresso sui social il più possibile e limitare l’uso degli schermi a meno di un’ora al giorno prima di quell’età.

Come proteggere il cervello digitale
Nonostante il quadro allarmante, la soluzione non è demonizzare le tecnologie. Gli autori del famoso studio sul debito cognitivo sottolineano che l’intelligenza artificiale è uno strumento prezioso ma deve essere integrata con attenzione e non può sostituire il pensiero umano. Gli esperti propongono alcune strategie per preservare la salute del cervello:

- Limitare lo scrolling compulsivo. Impostare orari in cui si disattivano le notifiche, evitare l’uso del telefono prima di dormire e durante i pasti e fissare un tempo massimo per le app può ridurre l’esposizione e lasciare spazio al riposo.

- Digital detox e mindfulness. Inserire pause regolari, praticare meditazione o esercizi di respirazione e dedicare tempo ad attività analogiche come la lettura, la scrittura a mano o una passeggiata aiuta il cervello a “resettarsi” e a ritrovare la concentrazione.

- Obiettivi e abitudini salutari. Generazioni giovani stanno sperimentando “dopamine menu” e curricula personali che combinano hobby, studio e sport per allenare la mente con ricompense ritardate. Strumenti come app per bloccare le distrazioni o ristoranti “phone‑free” offrono spazi per riconnettersi con gli altri.

- Educazione digitale. Famiglie e scuole dovrebbero insegnare ai più giovani a usare consapevolmente la rete, spiegando come funzionano algoritmi, pubblicità e raccolta dei dati. Le guide pratiche pubblicate da organizzazioni per i diritti dell’infanzia offrono consigli per impostare profili sicuri, limitare il tempo online e affrontare i rischi del cyberbullismo.

- Riconnettersi offline. Neuroscienziati ricordano che le interazioni faccia a faccia sono essenziali per lo sviluppo cognitivo: trascorrere tempo con amici e familiari, praticare sport o suonare uno strumento stimola aree del cervello diverse da quelle attivate dai social.

Una sfida per la società
La tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la mente umana a una velocità senza precedenti. Mentre i social network e gli algoritmi offrono opportunità di connessione e apprendimento, la loro capacità di fornire ricompense immediate rischia di rendere il cervello meno allenato a elaborare informazioni complesse. Le generazioni più giovani sono le prime a sperimentare questa trasformazione: scorrere video brevi per ore al giorno, delegare alla AI compiti di scrittura o studio e passare sempre più tempo onlife può ridurre la memoria, la creatività e la capacità di attenzione.

La sfida non riguarda soltanto i singoli, ma l’intera società. Serve un’alleanza tra famiglie, scuole, istituzioni e imprese per promuovere un uso equilibrato delle tecnologie, proteggendo i minori dai rischi e allo stesso tempo formando cittadini digitali competenti. Ridurre la dipendenza dagli schermi, riscoprire il valore della lentezza e dell’impegno intellettuale e integrare l’intelligenza artificiale come strumento di supporto e non come sostituto del pensiero sono passi necessari per prevenire il rallentamento del cervello nell’era dei social e dell’AI.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Geologia oltre i Cliché

Il sesto episodio della serie di vodcast scientifici «Dialoghi di Scienza» è dedicato alla geologia e approda in un momento in cui la Terra dimostra tutta la sua vitalità. La formula del programma – un dialogo tra divulgatori e specialisti – permette di affrontare temi complessi con un linguaggio accessibile, avvicinando il pubblico alla ricerca contemporanea. Nel nuovo episodio i riflettori sono puntati su Stefano Gandelli, geologo e autore, che racconta come ha unito la sua passione per le rocce alla scrittura scientifica.Durante la conversazione Gandelli ripercorre le sue scelte formative. All’inizio pensava di studiare biologia, ma il mondo microscopico dei laboratori lo disorientava. La geologia, scienza visiva fatta di montagne, vulcani e paesaggi tangibili, lo ha conquistato. Nel ricordo del progetto «Geologia Pop», embrione dell’attuale piattaforma, ricorda di essere stato uno dei primi membri del team e di aver visto crescere una community che oggi unisce divulgatori e ricercatori. La sua storia personale mostra che la comunicazione della scienza nasce spesso da passioni trasformate in mestieri.L’episodio sfata vari cliché. Il cinema ha diffuso l’immagine del geologo come cacciatore di fossili e dinosauri, ma Gandelli ricorda che molti colleghi lavorano nel settore minerario, studiando l’origine dei metalli e delle risorse che utilizziamo ogni giorno. Anche le suggestioni dei videogiochi, con i famosi picconi di diamante, sono solo una metafora: nella vita reale uno studente impugna il piccone poche volte. La geologia di oggi è più spesso fatta di modelli digitali e dati geochimici. Un altro tema affrontato è l’intreccio fra risorse naturali e geopolitica: capire da dove provengono i minerali significa leggere i rapporti di potere che muovono le economie globali.La disciplina, sottolinea l’ospite, offre inoltre una lezione di umiltà. Saper leggere un paesaggio significa riconoscere che una montagna può essere stata un fondale oceanico e che le rocce raccontano storie lunghe milioni di anni. Confrontare il tempo geologico con il tempo umano aiuta a ridimensionare l’ego e a comprendere che la nostra presenza sul pianeta è fugace. Questa consapevolezza è forse la più grande lezione che la geologia regala al grande pubblico.La puntata arriva in un periodo caratterizzato da notizie geologiche di grande rilevanza. Nei Campi Flegrei, in Italia, gli scienziati hanno registrato un rialzo dell’attività sismica: tra il 15 e il 21 dicembre 2025 sono stati localizzati settantasei terremoti e il bradisismo continua con un sollevamento del suolo di circa 25 millimetri al mese, pari a oltre 21 centimetri dall’inizio dell’anno. L’osservatorio segnala temperature costantemente elevate nell’area della Solfatara, a conferma di un sistema idrotermale in fermento. Dall’altra parte dell’Atlantico, un nuovo studio statunitense ha mostrato che i frequenti terremoti nella caldera di Yellowstone aprono fratture nel sottosuolo: i fluidi entrano in contatto con rocce fresche, si arricchiscono di idrogeno e solfuri, e gli ecosistemi microbici sotterranei cambiano completamente. La scoperta ha implicazioni per la ricerca sull’origine della vita e per lo studio di mondi extraterrestri. Sempre a Yellowstone, il 20 dicembre 2025 una «dirty eruption» ha proiettato fango, acqua e gas a diversi metri di altezza dalla piscina termale Black Diamond, fenomeno che conferma la forte attività idrotermale dell’area pur senza indicare un’eruzione imminente.La cronaca internazionale ha riportato anche un violento terremoto di magnitudo 7,6 avvenuto il 9 dicembre 2025 al largo della prefettura giapponese di Aomori. L’epicentro in mare ha indotto l’agenzia meteorologica a emettere un’allerta tsunami, poi revocata; onde di circa 40 centimetri sono state registrate e quasi centomila persone sono state evacuate per precauzione. Il sisma, avvertito fino a Tokyo, ricorda che il Giappone giace su un confine di placche in continua subduzione e fa parte della cintura di fuoco del Pacifico. In Italia, invece, quasi cinquant’anni dopo il terremoto di Santa Lucia del 1976, un gruppo di ricercatori ha creato nuove mappe digitali del rischio sismico per Riva del Garda. L’iniziativa, basata su dati storici, geologici e satellitari, mira a migliorare la pianificazione territoriale e la consapevolezza della popolazione. Anche la tecnologia sta cambiando la geologia: nel 2024 è stato presentato un sistema d’intelligenza artificiale capace di datare rocce, identificare fossili e rispondere a domande complesse, superando brillantemente un esame universitario con una percentuale di risposte corrette del 79,6 %.Questi avvenimenti dimostrano che la geologia non è una disciplina del passato ma una scienza viva che tocca la nostra quotidianità, dalla gestione dei rischi naturali alle innovazioni tecnologiche. «Dialoghi di Scienza» restituisce questa vitalità attraverso racconti personali e dati di attualità, contribuendo a costruire una cultura scientifica informata e consapevole. L’episodio dedicato alla geologia invita ad aprire gli occhi sulla Terra che calpestiamo e a considerare l’importanza di chi, come Stefano Gandelli, traduce il linguaggio delle rocce in parole comprensibili a tutti.