El Comercio De La República - Il lato amaro dello zucchero

Lima -

Il lato amaro dello zucchero




Ci sono ingredienti che si lasciano vedere e altri che scompaiono dentro ciò che mangiamo. Lo zucchero appartiene a entrambe le categorie. È il cucchiaino versato nel caffè, la fetta di torta condivisa a una festa, il gelato dell’estate. Ma è anche una presenza meno evidente in bevande, yogurt, cereali, salse, prodotti da forno e preparazioni salate. Il suo gusto è immediato, la sua filiera quasi sempre invisibile. Nel cristallo bianco non si distinguono il campo da cui proviene, il caldo sopportato da chi ha raccolto la canna, il reddito dell’agricoltore, la fabbrica che lo ha raffinato o la strategia commerciale che lo ha portato fino allo scaffale.


Per questo il nostro rapporto con lo zucchero non può essere ridotto a una disputa tra proibizionisti e indulgenti. Lo zucchero non è un veleno da espellere dalla vita quotidiana, ma neppure un ingrediente neutrale soltanto perché è antico e naturale. La questione decisiva riguarda la dose, la frequenza, la forma in cui viene consumato e il sistema economico che ne organizza la produzione. Dietro la dolcezza convivono piacere, salute, potere industriale, lavoro agricolo e scelte politiche.


Il dolce come premio

La familiarità con il gusto dolce comincia molto presto. Nella vita familiare e sociale, il dessert celebra, consola e ricompensa. Una caramella può diventare il premio per un comportamento corretto, una torta segna un compleanno, una bevanda zuccherata accompagna momenti di festa. Questa associazione non nasce soltanto dalla pubblicità. Il gusto dolce è gradito fin dall’infanzia e attiva circuiti cerebrali legati alla ricompensa. La cultura, però, trasforma quella preferenza in un’abitudine e l’ambiente alimentare la rende disponibile in ogni momento.


Da qui nasce una relazione contraddittoria. Da una parte lo zucchero conserva un valore affettivo. Dall’altra è diventato il simbolo di una dieta considerata sbagliata, fino a generare sensi di colpa, rinunce estreme e promesse di purificazione. Parlare di dipendenza come se lo zucchero fosse equivalente a una sostanza stupefacente è una semplificazione. È invece corretto riconoscere che gusto, abitudine, disponibilità continua, marketing e consumo emotivo possono rendere difficile moderarsi. La domanda utile, dunque, non è se lo zucchero sia buono o cattivo. Occorre chiedersi quale zucchero, in quale alimento, in quale quantità, con quale frequenza e prodotto a quali condizioni.


Una parola che contiene troppe cose

Nel linguaggio comune, la parola zucchero riunisce sostanze e contesti nutrizionali differenti. Il glucosio è un combustibile fondamentale per l’organismo, ma questo non significa che il corpo abbia bisogno di zucchero aggiunto. Può ricavare glucosio dagli amidi e produrlo attraverso i propri processi metabolici. Il saccarosio del comune zucchero da tavola è formato da glucosio e fruttosio. Altri zuccheri sono naturalmente presenti nel latte, nella frutta e nelle verdure.


La distinzione più utile riguarda gli zuccheri liberi. Sono quelli aggiunti agli alimenti e alle bevande dal produttore, dal cuoco o dal consumatore, insieme agli zuccheri presenti nel miele, negli sciroppi, nei succhi e nei concentrati di frutta. Non rientrano nella stessa categoria gli zuccheri contenuti nella struttura intatta di un frutto intero. La fibra, l’acqua e la necessità di masticare modificano la velocità con cui si mangia e il modo in cui l’alimento sazia. Un’arancia e una bevanda ottenuta spremendo più arance non sono quindi equivalenti, pur partendo dallo stesso frutto. Le raccomandazioni sanitarie internazionali indicano che gli zuccheri liberi dovrebbero restare sotto il dieci per cento dell’energia quotidiana. Per una dieta da duemila chilocalorie, il limite corrisponde a circa cinquanta grammi. Scendere sotto il cinque per cento, cioè intorno a venticinque grammi, offre ulteriori benefici, soprattutto per la salute dentale e il controllo complessivo della dieta. Una sola bevanda zuccherata può avvicinarsi o superare la soglia più prudente prima ancora che siano conteggiati gli altri alimenti della giornata.


Anche l’etichetta richiede attenzione. La voce di cui zuccheri nella tabella nutrizionale comprende tutti gli zuccheri semplici presenti nel prodotto, sia naturali sia aggiunti. Per capire se un alimento è stato dolcificato bisogna leggere anche la lista degli ingredienti, cercando denominazioni come zucchero, saccarosio, destrosio, sciroppo di glucosio, sciroppo di glucosio e fruttosio, miele o concentrati di succo. Zucchero di canna, miele, sciroppo d’agave e versioni grezze possono differire per gusto e lavorazione, ma non diventano per questo innocui o metabolicamente irrilevanti.


Il problema non è soltanto il dessert

Il dolce scelto consapevolmente è spesso meno insidioso del consumo automatico. Chi mangia una fetta di torta sa di concedersi un dessert. Più difficile è valutare la somma di piccole quantità distribuite nell’arco della giornata. Una colazione composta da cereali dolcificati, yogurt alla frutta e bevanda pronta può contenere più zuccheri liberi di quanto suggerisca la sua immagine salutistica. Lo stesso accade con salse, pane confezionato, snack e prodotti promossi come naturali, energetici o a basso contenuto di grassi.


La forma liquida merita particolare attenzione. Le calorie bevute saziano generalmente meno di quelle assunte con alimenti solidi e possono essere consumate rapidamente. Per questo le bevande zuccherate occupano un posto centrale nelle strategie di prevenzione. Il problema non è il singolo bicchiere occasionale, ma la normalizzazione di porzioni abbondanti e frequenti, soprattutto tra bambini e adolescenti. Lo zucchero non provoca automaticamente il diabete dopo un dolce e il diabete di tipo due non ha una sola causa. Genetica, età, attività fisica, composizione della dieta, sonno, condizioni economiche e accesso alle cure concorrono al rischio. Un consumo elevato e prolungato di bevande e alimenti ricchi di zuccheri liberi può tuttavia favorire un eccesso energetico, l’aumento di peso e un profilo metabolico meno favorevole.


In Italia, i dati più recenti sull’età scolare mostrano che nel 2023 il diciannove per cento dei bambini era in sovrappeso e il nove virgola otto per cento era obeso. Sarebbe scorretto attribuire questi numeri a un solo ingrediente. Sarebbe altrettanto scorretto ignorare un ambiente in cui bevande dolci, merendine e prodotti ad alta densità energetica sono economici, disponibili e pubblicizzati con grande efficacia. La libertà di scelta esiste, ma non nasce in uno spazio neutrale.


Dal campo al cristallo

Lo zucchero raffinato ha una qualità particolare: cancella quasi completamente la propria origine. Canna tropicale e barbabietola coltivata nei climi temperati possono arrivare sul mercato sotto forma di cristalli quasi indistinguibili. Eppure i due percorsi agricoli sono diversi e dipendono da territori, clima, acqua, energia, costi del lavoro e politiche pubbliche.


Per la campagna 2026-27, la produzione mondiale è prevista intorno a centottantacinque milioni di tonnellate. Il Brasile resta il maggiore produttore con oltre quarantadue milioni di tonnellate, mentre l’India si avvicina a trentaquattro milioni. Seguono l’Unione europea, la Cina, la Thailandia e gli Stati Uniti. Dietro queste cifre si trova un mercato che non risponde soltanto alla domanda alimentare. In Brasile, una parte della canna può essere destinata allo zucchero oppure all’etanolo. La convenienza relativa dei due prodotti, il prezzo dei carburanti e le politiche sulle miscele di benzina influenzano la quantità di zucchero disponibile per l’esportazione. In India, prezzi garantiti ai coltivatori, regole per gli zuccherifici, quote commerciali e andamento dei monsoni incidono sull’intera campagna. Nell’Unione europea, superfici coltivate, prezzi deboli e costi elevati degli input stanno comprimendo la produzione di barbabietola.


La canna è inoltre una piattaforma industriale. Melassa e bagassa possono essere impiegate per produrre alcol, biocarburanti, calore ed elettricità. Valorizzare i sottoprodotti migliora l’efficienza economica e può ridurre alcuni sprechi, ma non cancella automaticamente la pressione su suolo, acqua e lavoro. La sostenibilità dipende dalle pratiche concrete, non dal semplice fatto che una materia prima abbia più destinazioni. Il risultato è una filiera esposta a oscillazioni rapide. Piogge eccessive, siccità, parassiti, energia cara e cambiamenti nelle politiche sui biocarburanti possono modificare l’offerta globale. Nei mercati più ricchi la domanda mostra segnali di rallentamento, ma il consumo mondiale resta enorme e tende a crescere soprattutto dove aumentano popolazione, urbanizzazione e diffusione degli alimenti industriali.


Chi raccoglie paga il caldo

Quando si parla di zucchero, il produttore viene spesso identificato con il marchio stampato sulla confezione. Prima del marchio, però, esistono agricoltori, braccianti, tagliatori, autisti, tecnici e operai degli impianti. La raccolta della canna, quando non è completamente meccanizzata, è un lavoro duro, ripetitivo e spesso svolto sotto temperature elevate. Richiede movimenti intensi, strumenti taglienti, trasporto di pesi e ritmi determinati dalla quantità raccolta.
Lo stress termico non è un dettaglio stagionale. Caldo, umidità, disidratazione e riposo insufficiente aumentano il rischio di malori e danni alla salute, compresa la compromissione della funzione renale. Il cambiamento climatico rende più frequenti le giornate in cui lavorare all’aperto diventa pericoloso, mentre i sistemi di pagamento a cottimo possono spingere a ridurre pause e assunzione d’acqua.


A questa vulnerabilità si aggiungono, in alcune aree di produzione, reclutamento opaco, indebitamento, trattenute salariali, alloggi degradati, lavoro minorile e forme di coercizione. Non significa che tutto lo zucchero sia prodotto nello stesso modo, né che ogni piantagione debba essere considerata responsabile di abusi. Significa che il basso prezzo finale può nascondere differenze enormi e che una filiera lunga rende più facile perdere di vista ciò che accade all’origine. Una certificazione può migliorare procedure e tracciabilità, ma non sostituisce controlli indipendenti, rappresentanza dei lavoratori e possibilità reale di denunciare gli abusi senza ritorsioni. Servono contratti comprensibili, salari pagati integralmente, acqua, ombra, pause, protezioni adeguate e limiti effettivi ai ritmi di lavoro. La sostenibilità non può essere misurata soltanto in tonnellate prodotte o emissioni evitate. Deve includere la dignità di chi rende possibile il raccolto.


L’Italia e una filiera che si restringe

Il dibattito italiano sullo zucchero riguarda quasi sempre la salute e molto meno l’autonomia produttiva. Eppure la filiera nazionale della barbabietola si è ridotta drasticamente. In circa vent’anni, le superfici sono passate da oltre duecentocinquantamila ettari a meno di diciannovemila. Le importazioni coprono ormai circa quattro quinti del fabbisogno interno.


Nel 2026, la lavorazione stagionale nello stabilimento di Pontelongo è stata temporaneamente sospesa. Le barbabietole già contrattualizzate in Veneto vengono trasferite a Minerbio, rimasto l’unico zuccherificio attivo per la trasformazione nella campagna. A Pontelongo continua il confezionamento, mentre la prospettiva è recuperare superfici sufficienti per riavviare entrambi gli impianti.


La crisi è il risultato di più fattori. La ristrutturazione europea del settore ha ridotto impianti e capacità produttiva. A ciò si sono aggiunti prezzi internazionali volatili, costi energetici, minore redditività per gli agricoltori, eventi climatici estremi e attacchi parassitari. Quando la superficie coltivata scende sotto una determinata soglia, mantenere operativo uno zuccherificio diventa economicamente difficile. È una dinamica industriale, ma anche territoriale, perché coinvolge rotazioni agricole, occupazione, trasporti e competenze tecniche.


Produrre in Italia non rende lo zucchero più sano. Il saccarosio resta saccarosio. Può però rendere più corta e leggibile la filiera, facilitare controlli e conservare un comparto agricolo che ha una funzione economica e agronomica. Allo stesso tempo, l’origine nazionale non deve diventare un lasciapassare retorico. Anche una produzione locale va valutata per uso dell’acqua, trattamenti, energia, condizioni di lavoro e capacità di adattarsi al clima.


Il potere di orientare la scelta

La storia dello zucchero è anche una storia di influenza. Documenti emersi molti anni dopo hanno mostrato che, negli anni Sessanta, un organismo dell’industria finanziò una revisione scientifica che enfatizzava il ruolo dei grassi nelle malattie cardiache e ridimensionava quello dello zucchero, senza una trasparenza paragonabile agli standard odierni. Questo episodio non annulla decenni di ricerca e non giustifica nuove teorie semplicistiche. Dimostra però quanto i conflitti di interesse possano orientare domande, priorità e comunicazione pubblica.


Oggi il potere dell’industria si esercita in modo più quotidiano. Sta nella formulazione dei prodotti, nelle dimensioni delle confezioni, negli sconti multipli, nella posizione sugli scaffali, nella pubblicità rivolta ai minori e nel linguaggio che associa dolcezza a energia, benessere o spontaneità. Non occorre immaginare un piano segreto. È sufficiente osservare un sistema in cui le imprese competono per aumentare frequenza d’acquisto e fedeltà al marchio. La riformulazione può ridurre il contenuto di zucchero, ma non dovrebbe limitarsi a sostituirlo con una dolcezza altrettanto intensa e a presentare il prodotto come automaticamente salutare. Ridurre gradualmente la soglia del gusto dolce può essere più utile che conservare la stessa esperienza attraverso dolcificanti. Anche le versioni senza zuccheri richiedono una valutazione complessiva della dieta e non trasformano una bevanda in acqua.


Le politiche pubbliche cercano di modificare questo ambiente. Le imposte sulle bevande zuccherate possono ridurre la domanda e spingere le aziende a riformulare, soprattutto quando le aliquote crescono con la quantità di zucchero. In Italia, però, l’entrata in vigore della sugar tax è stata nuovamente rinviata e ora è prevista per il primo gennaio 2027. Il rinvio mostra quanto sia difficile conciliare salute pubblica, interessi industriali, occupazione e timori per l’aumento dei prezzi.


Una tassa, da sola, non basta. Servono etichette più comprensibili, regole efficaci sulla pubblicità ai bambini, acqua accessibile nelle scuole, pasti sani, educazione alimentare e prodotti meno dolci a prezzi competitivi. Sul fronte della produzione servono obblighi di tracciabilità, controlli lungo la catena di fornitura e responsabilità per gli acquirenti che ignorano segnali di sfruttamento. Chiedere moderazione al consumatore senza cambiare l’offerta significa trasferire su una sola persona il peso di un sistema molto più grande.


Una relazione adulta con la dolcezza

Un rapporto più equilibrato con lo zucchero non richiede paura. Richiede precisione. Bere soprattutto acqua, preferire il frutto intero al succo, confrontare i valori per cento grammi o cento millilitri e osservare la frequenza di consumo sono gesti più utili di una breve rinuncia seguita dal ritorno alle vecchie abitudini. Un dessert scelto, gustato e inserito in una dieta complessivamente equilibrata non deve diventare una colpa.


La consapevolezza può estendersi oltre la nutrizione. Domandare l’origine dello zucchero, cercare informazioni sulla tracciabilità e premiare aziende che rendono pubbliche le condizioni della filiera aiuta a spostare l’attenzione dal solo prezzo. Nessuna scelta individuale risolve da sola problemi di salute pubblica o sfruttamento del lavoro, ma milioni di acquisti, insieme a regole credibili, possono cambiare gli incentivi.


Lo zucchero è un ingrediente semplice solo in apparenza. Dentro un cristallo si concentrano terra, acqua, energia, lavoro, commercio, memoria e desiderio. La maturità consiste nel non demonizzarlo e nel non assolverlo. La dolcezza può restare parte della vita, purché il suo prezzo non venga pagato in silenzio dalla salute di chi consuma e dal corpo di chi produce.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Dentro la shitstorm

Una frase estratta dal suo contesto, un video di pochi secondi, una recensione sospetta, una pubblicità giudicata ingannevole. Spesso basta un frammento perché una discussione cambi natura. Nel giro di poche ore il fatto originario smette di essere il centro del dibattito e al suo posto compare un bersaglio umano. Migliaia di persone possono commentare, condividere, ridicolizzare, minacciare o chiedere conseguenze professionali contro qualcuno che, fino al giorno prima, era sconosciuto ai più. È questa la struttura della shitstorm, la tempesta di indignazione che trasforma i social network in una moderna gogna pubblica.Il fenomeno non coincide con una semplice ondata di critiche. Una contestazione, anche dura, può essere legittima e perfino necessaria quando riguarda comportamenti di interesse pubblico, comunicazioni ingannevoli, abusi di potere o decisioni aziendali dannose. La gogna comincia quando la discussione perde proporzione, il giudizio sulla condotta diventa una condanna dell’intera persona e la folla digitale estende l’attacco alla famiglia, al lavoro, all’aspetto fisico, all’indirizzo di casa o alla vita privata. In quel momento non si cerca più di capire che cosa sia accaduto. Si cerca una punizione. Il detonatore è quasi sempre semplice Ogni shitstorm ha un innesco riconoscibile. Può essere un errore reale, una frase infelice, un gesto ambiguo, una notizia incompleta, una denuncia, un contenuto manipolato o una vecchia pubblicazione recuperata anni dopo. Il materiale viene isolato dal contesto e trasformato in un simbolo morale facilmente condivisibile. Non serve che tutti conoscano i fatti. È sufficiente che il racconto possa essere riassunto in una formula netta: questa persona ha tradito un valore, ha mentito, ha offeso, ha approfittato degli altri oppure non merita più il ruolo che occupa. La velocità nasce proprio da questa semplificazione. Un caso complesso richiede tempo, documenti e dubbi. Un colpevole simbolico, invece, può essere giudicato in pochi secondi. L’indignazione diventa così un linguaggio ad alta efficienza: permette di mostrare da che parte si sta senza dover ricostruire la vicenda. Il commento non serve soltanto a colpire il bersaglio, ma anche a presentare pubblicamente chi scrive come una persona moralmente corretta. Punizione sociale, appartenenza e ricerca di approvazione Dietro la partecipazione alla gogna agiscono meccanismi psicologici ben noti. Il primo è la punizione sociale. Quando percepiamo la violazione di una norma, avvertiamo il bisogno di ristabilire l’ordine e di dimostrare che quel comportamento non è accettabile. In rete, però, la sanzione non è definita da una procedura, non ha limiti chiari e non termina quando il fatto è stato chiarito. Ogni nuovo utente può aggiungere la propria pena. Il secondo meccanismo è il segnale di virtù. Condannare pubblicamente qualcuno comunica al proprio gruppo quali valori si difendono. La reazione più severa può ottenere approvazione, condivisioni e visibilità. Le ricerche sul comportamento online mostrano che il riscontro sociale ricevuto da un messaggio indignato può rafforzare la probabilità di usare in futuro lo stesso tono. La piattaforma diventa così un ambiente di apprendimento: se l’ira produce attenzione, l’ira viene ripetuta. C’è poi l’effetto folla. Un insulto isolato appare grave; lo stesso insulto, immerso in migliaia di commenti, viene percepito da chi lo scrive come una goccia irrilevante. La responsabilità individuale si dissolve. Nessuno sente di aver creato la tempesta, perché ciascuno vede soltanto il proprio gesto. La vittima, al contrario, riceve l’intero peso della massa. La distanza dello schermo abbassa i freni La comunicazione digitale elimina molti segnali che, nel confronto diretto, limitano l’aggressività. Non vediamo il volto dell’altra persona cambiare, non sentiamo la voce spezzarsi e non osserviamo le conseguenze immediate delle nostre parole. La distanza fisica e l’eventuale anonimato riducono l’empatia e aumentano la disinibizione. Anche utenti che nella vita quotidiana non userebbero mai un linguaggio violento possono sentirsi autorizzati a farlo davanti a uno schermo.Per i personaggi pubblici si aggiunge la depersonalizzazione. Un influencer, un politico, un giornalista o un dirigente viene percepito come un marchio, un ruolo o un prodotto, non come un individuo con limiti e vulnerabilità. La notorietà viene scambiata per invulnerabilità. Per le persone comuni accade il contrario: non possiedono strutture di comunicazione, consulenti o esperienza nella gestione dell’esposizione improvvisa. Una tempesta di poche ore può invadere un’esistenza che non era preparata a diventare pubblica. Il ruolo degli algoritmi senza facili alibi Attribuire tutto agli algoritmi sarebbe semplicistico, ma ignorarne il ruolo sarebbe altrettanto sbagliato. I sistemi di raccomandazione non valutano normalmente la proporzione morale di una reazione. Stimano la probabilità che un contenuto venga guardato, commentato, condiviso o riproposto. Un post che provoca rabbia genera spesso molte interazioni, incluse quelle di chi lo condivide per condannarlo. Questi segnali possono aumentarne la distribuzione e portarlo fuori dalla comunità in cui è nato. La macchina non crea necessariamente l’odio, ma può accelerarne la circolazione. Il risultato è un circuito di retroazione. Più persone vedono il caso, più commenti arrivano; più commenti arrivano, più il caso appare rilevante; più appare rilevante, più viene raccomandato. Intanto la ripetizione produce un’illusione di consenso totale. Studi recenti mostrano che gli utenti tendono a sovrastimare il livello di indignazione presente nei propri flussi e a immaginare norme sociali più ostili di quanto siano realmente.Anche la moderazione automatica incontra limiti evidenti. Distinguere una minaccia reale da una frase figurata, una critica legittima da una campagna persecutoria o un’ironia da un insulto richiede contesto. I sistemi possono sbagliare in entrambe le direzioni, lasciando online contenuti pericolosi oppure rimuovendo interventi leciti. La quantità di messaggi, inoltre, rende difficile cogliere il carattere coordinato di un attacco quando ogni singolo commento appare, preso da solo, relativamente lieve. Dalla controversia al tribunale della reputazione I casi italiani degli ultimi anni mostrano quanto sia sottile il confine tra controllo pubblico e punizione collettiva. La vicenda delle campagne commerciali collegate alla beneficenza promosse da Chiara Ferragni conteneva questioni concrete di trasparenza e tutela dei consumatori. Erano quindi legittimi l’inchiesta, la sanzione amministrativa e il dibattito pubblico. La reazione social, tuttavia, si è estesa ben oltre il merito, coinvolgendo la vita privata e trasformando ogni dettaglio in materiale di condanna. Nel gennaio 2026 il procedimento penale si è concluso senza una condanna per truffa aggravata, ma il verdetto reputazionale era stato pronunciato da tempo. Ancora più delicato è il caso di Giovanna Pedretti, la ristoratrice lodigiana morta nel gennaio 2024 dopo essere passata, in pochissimo tempo, dall’elogio pubblico al sospetto e alla contestazione di massa per una recensione poi risultata non genuina. L’indagine ha escluso contributi di terzi al suicidio e non è corretto ridurre una morte così complessa a una sola causa. Resta però una lezione essenziale: nessuno conosce davvero la condizione psicologica della persona che sta attaccando e nessuna verifica giornalistica, per quanto necessaria, giustifica la trasformazione del dubbio in una licenza collettiva di umiliare. Un problema ormai strutturale I dati italiani più recenti sull’alfabetizzazione mediatica mostrano che oltre quattro persone su dieci si dichiarano molto preoccupate per hate speech, contenuti illegali, disinformazione, sfide social e cyberbullismo. Più della metà della popolazione afferma di essersi già imbattuta in contenuti negativi di questo tipo. La gogna digitale non è quindi un incidente marginale riservato alle celebrità. È una possibilità incorporata nell’architettura della comunicazione contemporanea. Il danno può assumere forme diverse. Ci sono ansia, insonnia, vergogna, paura, ipervigilanza e isolamento. Ci sono conseguenze professionali quando vengono contattati clienti, datori di lavoro o partner commerciali. Ci sono rischi fisici quando vengono pubblicati indirizzi, numeri di telefono, luoghi frequentati o informazioni sui familiari. La distinzione tra online e offline diventa rapidamente artificiale quando una campagna digitale modifica la sicurezza, la salute o il reddito di una persona. La prima difesa è non consegnare il comando alla paura Chi viene travolto tende a rispondere subito, spesso a ogni singolo commento. È comprensibile, ma quasi sempre controproducente. Le repliche impulsive producono nuovo materiale, moltiplicano le schermate condivisibili e tengono acceso il ciclo dell’attenzione. La prima mossa utile è passare dalla reazione alla regia. Occorre sospendere le notifiche, evitare di affrontare da soli il flusso e affidare il monitoraggio a una persona fidata o a un piccolo gruppo. Prima di cancellare, bloccare o rendere privato un profilo è importante conservare le prove. Vanno documentati l’intero contesto, i nomi degli account, gli indirizzi delle pagine, le date, gli orari, le minacce, le pubblicazioni di dati personali e gli eventuali tentativi di contatto fuori dalla piattaforma. Una singola schermata ritagliata può non bastare; è più utile registrare la sequenza completa e mantenere un archivio ordinato. Subito dopo bisogna distinguere tre piani che, durante una crisi, sembrano confondersi. Da una parte c’è la critica legittima, alla quale si può rispondere con fatti e responsabilità. Dall’altra ci sono affermazioni false o manipolate, che richiedono una correzione chiara. Infine ci sono minacce, stalking, diffusione di dati personali, sostituzione di persona e altri comportamenti potenzialmente illeciti, che non devono essere trattati come una normale polemica. Una sola risposta, verificabile e proporzionata Quando è necessario intervenire pubblicamente, la strategia più efficace è spesso un unico messaggio ufficiale, preparato a freddo. Deve spiegare che cosa è accaduto, quali elementi sono verificati, quali restano incerti e quali azioni concrete verranno adottate. Se esiste un errore reale, ammetterlo senza formule evasive riduce lo spazio per nuove accuse. Una scusa credibile non attribuisce la colpa al pubblico, non minimizza il danno e non si presenta come vittima assoluta mentre evita la responsabilità.Se invece l’accusa è falsa, la smentita deve essere breve, documentata e ripetibile. Discutere con centinaia di account non convince la folla e aumenta la visibilità della controversia. È preferibile creare un punto informativo stabile e rimandare a quello. Per aziende e organizzazioni servono un portavoce unico, una cronologia verificata, un coordinamento tra comunicazione, sicurezza informatica e consulenza legale, oltre a istruzioni chiare per i dipendenti affinché non rispondano individualmente. Proteggere gli account e le persone vicine Una shitstorm può trasformarsi in un tentativo di accesso illecito o di doxing. Per questo è necessario cambiare le password, attivare l’autenticazione a più fattori, controllare gli indirizzi di recupero, chiudere le sessioni sconosciute e ridurre le informazioni pubbliche su casa, famiglia, spostamenti e luoghi di lavoro. Anche i profili dei familiari possono diventare un bersaglio e devono essere messi in sicurezza. Gli strumenti delle piattaforme vanno usati senza esitazione. Filtri per parole, limitazione delle risposte, approvazione preventiva dei commenti, blocco, silenziamento e segnalazione non sono censura privata, ma strumenti di protezione. Nell’Unione europea le piattaforme devono offrire modalità accessibili per segnalare contenuti illegali, spiegare le decisioni di moderazione e consentire forme di ricorso. Sulle piattaforme di dimensioni molto grandi è inoltre possibile scegliere, in determinate aree del servizio, flussi non basati sulla profilazione personale. Quando compaiono minacce credibili, pubblicazione di indirizzi, persecuzione ripetuta, furto d’identità, diffusione non consensuale di immagini o contatti insistenti fuori dalla rete, la questione deve essere valutata con urgenza da un professionista e, se necessario, dalle autorità. La raccolta ordinata delle prove diventa decisiva. Non tutto ciò che è crudele è automaticamente illecito, ma ciò che può avere rilievo giuridico non va lasciato annegare nel rumore della polemica. Difendersi significa anche proteggere la mente Monitorare senza sosta ogni commento non aumenta il controllo. Aumenta l’esposizione. È utile stabilire orari precisi per gli aggiornamenti, delegare la lettura dei messaggi più violenti e interrompere temporaneamente l’uso personale dei social. Il sostegno di familiari, colleghi e professionisti della salute mentale può evitare che la vittima rimanga sola dentro una percezione di assedio permanente. La tempesta digitale altera la misura del mondo. Centinaia di messaggi sembrano rappresentare l’intera società, anche quando provengono da una parte limitata e molto attiva della rete. Recuperare relazioni offline, routine, sonno e spazi senza notifiche non è una fuga. È un modo per restituire proporzione a ciò che lo schermo ha ingigantito. Come non diventare parte della folla La difesa più efficace resta anche culturale. Prima di condividere un contenuto indignato occorre cercare l’origine, verificare la data, distinguere un fatto da un’interpretazione e chiedersi quale informazione nuova aggiunga il proprio intervento. Condividere un insulto per condannarlo può comunque aumentarne la portata. Taggare il datore di lavoro, cercare i familiari o pubblicare dati personali non è critica: è un’escalation.Il principio decisivo è la proporzione. Una persona può aver commesso un errore e avere comunque diritto a non essere minacciata. Un personaggio pubblico può essere sottoposto a controllo rigoroso senza diventare un oggetto disumanizzato. Un’azienda può dover rispondere di una pratica scorretta senza che ogni dipendente venga trasformato in bersaglio. Responsabilità e dignità non sono concetti incompatibili. La vera alternativa alla gogna I social network hanno reso possibile denunciare abusi che in passato sarebbero rimasti invisibili. Questa funzione non va indebolita. Ma il controllo collettivo perde valore quando rinuncia ai fatti, alla gradualità e alla possibilità di correggere un errore. Una comunità digitale matura non elimina il conflitto; impedisce che il conflitto diventi persecuzione. La shitstorm prospera sulla velocità, sulla semplificazione e sulla sensazione che la pena inflitta da ciascuno sia insignificante. Difendersi significa spezzare questi tre meccanismi: rallentare, ricostruire il contesto e rendere visibili le responsabilità individuali. Prima di premere invio, resta una domanda semplice e spesso sufficiente: ciò che sto per scrivere serve a chiarire un fatto oppure serve soltanto a far male.