El Comercio De La República - Conclave: l’elezione del Papa

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Conclave: l’elezione del Papa




Il conclave, uno dei riti più antichi e solenni della Chiesa cattolica, è il processo attraverso il quale i cardinali eleggono il nuovo Papa, successore di San Pietro e guida spirituale di oltre un miliardo di fedeli. Il termine deriva dal latino cum clave, ovvero “chiuso a chiave”, e richiama l’isolamento totale dei cardinali durante le votazioni, un’usanza che affonda le sue radici nel Medioevo. Questo articolo esplora il funzionamento del conclave, le sue regole, i riti e le fasi che portano all’elezione del Pontefice, in un intreccio di tradizione e spiritualità.

Le origini storiche del conclave
L’elezione del Papa non è sempre avvenuta con le modalità attuali. Nei primi secoli, il Vescovo di Roma era scelto dal clero e dai fedeli della città. Tuttavia, con l’aumentare dell’importanza politica del papato, le elezioni divennero oggetto di pressioni esterne. Un episodio cruciale avvenne tra il 1268 e il 1271 a Viterbo, quando i cardinali, incapaci di trovare un accordo dopo quasi tre anni, furono rinchiusi a chiave nel palazzo papale dai cittadini esasperati, che scoperchiarono persino il tetto per spingerli a decidere. Fu eletto Gregorio X, che nel 1274, con la costituzione apostolica Ubi Periculum, formalizzò il conclave, introducendo la clausura obbligatoria e regole severe per garantire un’elezione rapida e libera da influenze esterne.

Le regole moderne del conclave
Oggi, il conclave è regolato principalmente dalla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II (1996), con modifiche apportate da Benedetto XVI nel 2013. Dopo la morte o la rinuncia di un Papa, inizia il periodo di sede vacante, durante il quale il Collegio dei cardinali gestisce gli affari ordinari della Chiesa senza poter prendere decisioni rilevanti. Entro 15-20 giorni, i cardinali si riuniscono a Roma per il conclave, che può iniziare prima se tutti gli elettori sono presenti.

Solo i cardinali con meno di 80 anni al momento della vacanza della Sede Apostolica possono votare. Attualmente, il Collegio cardinalizio conta 252 membri, di cui circa 135-140 sono elettori, a seconda della data precisa del conclave. La maggior parte di questi è stata nominata da Papa Francesco, il che potrebbe influenzare la scelta del successore verso una linea di continuità riformista. Teoricamente, qualsiasi maschio battezzato e celibe può essere eletto Papa, ma nella prassi moderna il Pontefice è sempre un cardinale presente al conclave.

La preparazione e l’inizio del conclave
Il conclave si apre con una serie di riti solenni. I cardinali partecipano alla messa pro eligendo Romano Pontefice nella Basilica di San Pietro, un momento di preghiera per invocare l’assistenza dello Spirito Santo. Nel pomeriggio, i cardinali elettori si trasferiscono in processione, cantando il Veni Creator, dalla Cappella Paolina alla Cappella Sistina, dove si svolgono le votazioni.

La Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo, diventa il cuore del conclave. Qui vengono installati banchi per i cardinali e una stufa per bruciare le schede elettorali, che produce le famose fumate: nera se non c’è un eletto, bianca se il Papa è stato scelto. Per garantire la segretezza, l’area è bonificata da dispositivi elettronici, e i cardinali sono isolati dal mondo esterno, alloggiando nella Domus Sanctae Marthae, una residenza moderna all’interno del Vaticano.

Il processo di votazione
Una volta nella Cappella Sistina, i cardinali prestano un giuramento in latino, impegnandosi a rispettare le regole, mantenere il segreto e, se eletti, servire fedelmente la Chiesa. Il maestro delle celebrazioni liturgiche pronuncia l’extra omnes (“fuori tutti”), e le porte vengono chiuse, lasciando soli i cardinali elettori.

Le votazioni, chiamate scrutini, si svolgono due volte al mattino e due al pomeriggio. Ogni cardinale scrive il nome del candidato su una scheda con la frase Eligo in Summum Pontificem (“Eleggo come Sommo Pontefice”). La scheda, piegata, viene deposta in un’urna dopo un giuramento individuale: “Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”.

Tre scrutatori contano i voti, mentre revisori e infirmarii (per raccogliere i voti dei cardinali malati) assicurano la regolarità del processo. Per essere eletto, un candidato deve ottenere i due terzi dei voti. Se dopo 33 o 34 scrutini non si raggiunge un accordo, si procede a un ballottaggio tra i due cardinali più votati, che però non partecipano al voto. Anche in questo caso, serve la maggioranza dei due terzi.

Le fumate e l’annuncio
Dopo ogni coppia di scrutini, le schede vengono bruciate nella stufa della Cappella Sistina. Per la fumata nera, si usano sostanze come perclorato di potassio, antracene e zolfo; per la fumata bianca, clorato di potassio, lattosio e colofonia. Le fumate avvengono generalmente intorno alle 12 e alle 19, visibili dal comignolo sul tetto della Sistina, attirando l’attenzione dei fedeli in Piazza San Pietro.

Quando un candidato ottiene i due terzi dei voti, l’elezione è valida. Il decano del Collegio cardinalizio chiede al prescelto: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” e, in caso di risposta affermativa, “Quo nomine vis vocari?” (“Come vuoi essere chiamato?”). Il nuovo Papa sceglie il nome e si ritira nella “stanza delle lacrime” per indossare i paramenti pontifici.

Il conclave si conclude con il Te Deum e l’annuncio pubblico. Il cardinale protodiacono appare dalla loggia della Basilica di San Pietro e pronuncia l’Habemus Papam, rivelando il nome del nuovo Pontefice. Il Papa impartisce poi la benedizione Urbi et Orbi, inaugurando ufficialmente il suo pontificato.

La durata e il significato del conclave
La durata del conclave varia. Nel 2013, per eleggere Papa Francesco, furono necessari cinque scrutini in due giorni; nel 2005, per Benedetto XVI, bastarono quattro scrutini in 24 ore. Il conclave più lungo della storia, tra il 1268 e il 1271, durò 33 mesi. Oggi, le regole moderne e l’isolamento favoriscono decisioni più rapide, ma il processo rimane un momento di profonda riflessione spirituale.

Il conclave non è solo un’elezione, ma un rito che unisce tradizione, fede e responsabilità. Sotto lo sguardo del Giudizio Universale di Michelangelo, i cardinali sono chiamati a discernere la volontà divina, scegliendo chi guiderà la Chiesa in un mondo in continua evoluzione.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Il Mistero di Polybius

All’inizio degli anni Ottanta le sale giochi americane erano luoghi vivaci, pieni di neon e sintetizzatori. In questo contesto emerse la voce di un videogame chiamato Polybius: secondo il racconto, nell’autunno del 1981 comparve a Portland un cabinato nero senza marchio che proiettava forme geometriche e colori psichedelici. Il gioco era descritto come irresistibile e ipnotico; i ragazzi litigavano per giocare e, dopo poche partite, accusavano amnesie, incubi e persino convulsioni. La storia raccontava che misteriosi uomini in nero visitavano periodicamente la macchina per raccogliere dati, che due adolescenti scomparvero dopo averci giocato e che, dopo qualche settimana, tutti i cabinati sparirono. Nacque così l’idea di un programma segreto per controllare le menti dei giovani attraverso i videogiochi, con l’ombra della CIA e del progetto MK‑Ultra.Origine e diffusione della leggendaMalgrado il fascino sinistro della storia, nessuna prova concreta attesta che Polybius sia mai esistito. La prima menzione documentata appare online nel 1998, quando un utente inserì una pagina sul gioco in un archivio di macchine da sala giochi; questa pagina, datata erroneamente 1981, riporta solo rumori bizzarri e una storia “sconosciuta”. Nel 2003 una rivista specializzata raccolse la voce in un elenco di segreti e bugie, arrivando a una conclusione ambigua sulla sua autenticità. In molti hanno ipotizzato che il creatore del sito, appassionato di arcades, abbia inventato la storia per attirare attenzione. Il nome del fantomatico sviluppatore Sinneslöschen, che dovrebbe significare “cancellazione dei sensi”, contiene errori grammaticali in tedesco, mentre Polybius richiama l’omonimo storico greco noto per la critica alle fonti non verificate e per la sua passione per la crittografia. Tutti questi elementi suggeriscono una costruzione artificiale della leggenda.Fatti reali che alimentarono il mitoLa forza della leggenda di Polybius sta nel fatto che alcuni dettagli hanno radici nella realtà. Le sale giochi erano sorvegliate dalle autorità. Negli anni Ottanta l’FBI monitorava gli arcade di Portland per contrastare il gioco d’azzardo e le attività illegali; agenti sotto copertura installavano telecamere e microfoni all’interno delle macchine e prelevavano i nastri, attirando l’attenzione dei clienti. Episodi di crisi epilettiche provocate dai lampi luminosi dei videogiochi erano realmente documentati; i primi giocatori scoprivano forme di fotosensibilità e la mancanza di consapevolezza sull’epilessia fece pensare a convulsioni da “controllo mentale”. La morte per infarto di due giovani mentre tentavano record su giochi come Berzerk e Asteroids alimentò l’idea che le macchine fossero pericolose. Tutte queste notizie, unite alla presenza di cabinati clandestini che apparivano e scomparivano rapidamente, crearono un terreno fertile per le dicerie.In quegli anni, inoltre, il Dipartimento della Difesa statunitense commissionò ad Atari la modifica del gioco Battlezone per addestrare i carristi; l’adattamento, chiamato Bradley Trainer, fu effettivamente realizzato nel 1981. Contemporaneamente vennero alla luce i programmi di controllo mentale della CIA. I documenti declassificati sul progetto MK‑Ultra rivelano che negli anni Cinquanta l’agenzia sperimentò droghe, ipnosi e tecniche psicologiche per modificare il comportamento umano; molte registrazioni furono distrutte, ma quelle rimaste descrivono l’uso di LSD e ipnosi in interrogatori e test segreti. I ricordi di questi esperimenti, insieme all’immaginario di film come The Last Starfighter o Nightmares, contribuirono a dare verosimiglianza al mito di Polybius.Ricostruzioni e indaginiDiversi giornalisti e storici della cultura videoludica hanno indagato sulla leggenda. Un podcast pubblicato nel 2017 ha raccolto testimonianze di persone che sostenevano di ricordare il gioco: un uomo, per esempio, raccontò di essere stato rapito da uomini in nero dopo aver giocato e di aver trascorso la notte in un bosco lontano dalla città. Gli autori del podcast, dopo numerose interviste, scoprirono però che molte storie erano contraddittorie e che le versioni del mito variavano a seconda di chi le raccontava. Altri ricercatori hanno individuato alcuni videogiochi come possibili ispiratori: Cube Quest (1983) era un titolo laserdisc con ambientazioni “allucinogene”, mentre Tempest usava grafica vettoriale simile a quella descritta per Polybius e poteva provocare malesseri. Anche la versione moderna di Polybius realizzata nel 2017 dal game designer Jeff Minter per PlayStation VR – un gioco psichedelico ispirato alle voci – conferma come la leggenda abbia influenzato la cultura pop.Nel febbraio 2026 un video pubblicato online ha rianalizzato la vicenda, raccontando la storia della macchina misteriosa, contestualizzando la paranoia sugli esperimenti di controllo mentale e descrivendo le indagini di giornalisti e appassionati. Il video ricorda che la voce iniziò a circolare alla fine degli anni Novanta su un sito dedicato alle sale giochi e che, nonostante le ricerche, nessuno ha mai trovato un cabinato o un software autentico. L’autore sottolinea che la vera lezione di Polybius è il modo in cui le paure collettive – la sorveglianza governativa, l’abuso di tecnologie e i pericoli reali dei videogiochi – vengono trasformate in narrazione.Il fascino duraturo di un mitoOggi Polybius viene ricordato come una delle più celebri leggende urbane dei videogiochi. La cultura pop gli ha dedicato apparizioni in serie animate, videoclip musicali e persino nuove versioni videoludiche. L’episodio di una serie televisiva del 2021 ha riacceso l’interesse citando il cabinato in un multiverso narrativo; musica e performance artistiche hanno usato il nome come simbolo di conspirazioni e nostalgia. Il mito continua a circolare anche grazie al fascino dell’ignoto: l’idea che esista un gioco segreto che può alterare la mente risuona con ansie contemporanee come la manipolazione dei dati, la dipendenza da dispositivi digitali e la propaganda personalizzata. Come osserva un giornalista, è ironico che, in un’epoca in cui i social network profilano gli utenti e gli algoritmi influenzano il comportamento, ci si senta nostalgici per un presunto complotto legato a un cabinato degli anni Ottanta.In definitiva, Polybius non è mai esistito come prodotto reale: è un assemblaggio di eventi autentici – sorveglianza, sperimentazioni militari, incidenti medici – e di paure collettive. La leggenda mostra come la combinazione di mezze verità e anonimato digitale possa creare storie persistenti e credibili. Se il mistero del cabinato resterà per sempre irrisolto, la vicenda ci ricorda che l’attrazione per le teorie del complotto deriva spesso da timori reali. Comprendere l’origine di queste paure ci permette di smitizzare il mito e di riflettere sulle responsabilità etiche delle tecnologie che utilizziamo.