El Comercio De La República - Dove vanno i Dati online

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Dove vanno i Dati online




Nel momento in cui scattiamo una foto con lo smartphone o carichiamo un video sui social, pensiamo di affidare quei ricordi a una nuvola impalpabile. In realtà, il cloud è fatto di mattoni, metallo e chilometri di cavi. I file archiviati online sono fisicamente custoditi in edifici sorvegliati e pieni di server: sono i data center, il cuore della società digitale. Senza queste infrastrutture sarebbe impossibile condividere immagini, guardare film in streaming o usare servizi bancari.

I data center ospitano migliaia di computer specializzati in tre funzioni principali: calcolo, archiviazione e rete. La potenza di calcolo è data dall’insieme di server disposti in rack o blade, simili a cassette per la pizza impilate l’una sull’altra. Questi server elaborano le richieste provenienti da applicazioni come social network, servizi pubblici o piattaforme di streaming. Le nostre foto e i nostri video sono memorizzati su dischi collegati ai server tramite sistemi DAS, NAS o SAN, a seconda che i dati siano collegati direttamente al server, condivisi via rete o organizzati in grandi blocchi. Una fitta rete di cavi, switch e router collega tra loro server e sistemi di archiviazione e li mette in comunicazione con il resto di Internet. Gli operatori parlano di traffico est‑ovest quando i dati viaggiano all’interno del centro e di traffico nord‑sud quando escono verso l’esterno.

Ridondanza e sicurezza
Affidiamo ai provider cloud ricordi personali, documenti riservati e informazioni bancarie. Per garantire che questi dati siano sempre accessibili, i data center utilizzano la ridondanza: vengono create più copie di file e applicazioni e replicate in diverse aree geografiche. Se un server, un alimentatore o persino un intero edificio si guasta, un altro prende immediatamente il suo posto, spesso in un luogo distante. I team IT implementano meccanismi di fail‑over, bilanciamento del carico e monitoraggio automatico in modo che il passaggio a sistemi di backup avvenga senza che l’utente se ne accorga. La ridondanza è anche geografica: grandi società come Google o Microsoft memorizzano i dati in regioni diverse del mondo per proteggersi da incendi, alluvioni o altre catastrofi.

La storia recente dimostra l’importanza di queste pratiche. Nel marzo 2021 un incendio distrusse il centro dati SBG2 di OVHcloud a Strasburgo. Alcuni clienti avevano pagato per un backup, ma la copia era conservata nello stesso edificio e fu persa insieme ai server. L’episodio, costato al gestore francesce un risarcimento, è servito da lezione: i backup devono essere fisicamente separati. Per questo motivo i provider replicano i dati su più siti e offrono soluzioni di multi‑cloud per distribuire il rischio.

La sicurezza non è solo ridondanza. Nei data center l’accesso è rigidamente controllato con badge e sorveglianza 24 ore su 24; all’interno, firewall, sistemi di crittografia e software per il rilevamento delle intrusioni proteggono le informazioni. Le sale computer sono organizzate con corridoi freddi e corridoi caldi per incanalare l’aria condizionata e impedire il surriscaldamento. L’alimentazione elettrica è ridondata: esistono generatori diesel o a gas e grandi batterie pronti a intervenire in caso di guasto della rete pubblica.

Costi energetici e impatto ambientale
Tenere accese e raffreddate migliaia di macchine richiede enormi quantità di energia. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center consumavano nel 2022 tra 240 e 340 terawattora (TWh), pari all’1–1,3 % della domanda elettrica mondiale, e la loro quota potrebbe raddoppiare nel prossimo decennio. Negli Stati Uniti l’elettricità assorbita dai data center ha raggiunto 183 TWh nel 2024, oltre il 4 % del consumo nazionale. Un iper‑centro dedicato all’intelligenza artificiale utilizza in un anno tanta elettricità quanto 100 000 abitazioni, e quelli in costruzione potrebbero richiederne venti volte di più.

L’Unione europea stima che i data center abbiano consumato circa 70 TWh nel 2024 e prevede che salgano a 115 TWh entro il 2030. Questa crescita è in gran parte dovuta alla diffusione dell’IA e alla necessità di elaborare enormi quantità di dati in tempo reale. Per contenere l’impatto, Bruxelles ha introdotto regole più severe: dal 2024 i centri con potenza IT superiore a 500 kW devono dichiarare annualmente consumo di energia, uso di acqua e quota di energie rinnovabili; nel 2026 è attesa un’etichetta europea che valuterà la sostenibilità dei data center. Anche in Italia il settore è in pieno sviluppo: a novembre 2025 erano operativi oltre 200 centri, con il campus Avalon di Milano come principale nodo di interconnessione nazionale e progetti di nuovi impianti per sostenere la crescita dell’IA.

Il consumo energetico comporta anche emissioni e pressione sulle risorse idriche. Un data center di medie dimensioni consuma tanta elettricità quanto 25 000 abitazioni e, in climi caldi, può usare milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento. L’industria sta sperimentando soluzioni innovative: sistemi di free cooling che sfruttano l’aria esterna, raffreddamento a liquido e immersione in fluidi dielettrici. L’intelligenza artificiale ottimizza in tempo reale la gestione energetica e i principali operatori acquistano energia rinnovabile con contratti a lungo termine. Alcuni impianti riutilizzano il calore di scarto per riscaldare abitazioni, come il data center Avalon 3 di Milano che contribuirà a fornire calore a 1 600 famiglie. Programmi di riciclo e riuso di apparecchiature riducono i rifiuti elettronici, mentre la comunità scientifica sta studiando come integrare server più efficienti e persino computer quantistici.

Nuove frontiere: sott’acqua e nello spazio
Di fronte alla crescita inarrestabile dei dati, le aziende sperimentano soluzioni radicali. A Shanghai è in costruzione il primo data center sottomarino alimentato da energia eolica: un impianto da 24 megawatt collocato sotto il livello del mare che usa l’acqua salata per raffreddare i server. La struttura punta a un indice di efficienza energetica (PUE) di 1,15 e riduce del 90 % l’uso di suolo e dell’85 % il consumo di energia per il raffreddamento. Oltre il 95 % dell’elettricità proviene da turbine eoliche offshore, con una riduzione stimata dei consumi totali del 22,8 %. In futuro, un secondo impianto sottomarino potrebbe raggiungere i 500 megawatt.

Un’altra frontiera, ancora più futuristica, sono i data center nello spazio. Imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk, insieme a Google e OpenAI, studiano l’idea di trasferire parte della potenza di calcolo in orbita bassa. Lo scopo è usufruire di energia solare quasi continua e ridurre la pressione su acqua e territorio. Tuttavia, i problemi tecnici sono enormi: la radiazione spaziale degrada l’elettronica, l’assenza di convezione rende difficile disperdere il calore e la latenza limita l’uso in tempo reale. Secondo le stime, per ottenere la capacità di un data center da un gigawatt servirebbero fino a 10 000 satelliti da 100 kilowatt. I primi test con satelliti dotati di chip di intelligenza artificiale sono previsti per il 2027, ma gli esperti concordano che la strada sarà lunga.

Un’infrastruttura invisibile ma vitale
Il viaggio di foto e video dal nostro telefono alla “nuvola” attraversa cavi sottomarini, reti terrestri e, infine, server sparsi in tutto il mondo. Dietro l’apparente semplicità del cloud c’è un’industria complessa che richiede continui investimenti in tecnologia, energia e sicurezza. I data center sono il pilastro della vita digitale e allo stesso tempo una sfida ambientale. La loro evoluzione determinerà la capacità delle società di gestire la crescente domanda di dati e di coniugare innovazione e sostenibilità.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Il Mistero di Polybius

All’inizio degli anni Ottanta le sale giochi americane erano luoghi vivaci, pieni di neon e sintetizzatori. In questo contesto emerse la voce di un videogame chiamato Polybius: secondo il racconto, nell’autunno del 1981 comparve a Portland un cabinato nero senza marchio che proiettava forme geometriche e colori psichedelici. Il gioco era descritto come irresistibile e ipnotico; i ragazzi litigavano per giocare e, dopo poche partite, accusavano amnesie, incubi e persino convulsioni. La storia raccontava che misteriosi uomini in nero visitavano periodicamente la macchina per raccogliere dati, che due adolescenti scomparvero dopo averci giocato e che, dopo qualche settimana, tutti i cabinati sparirono. Nacque così l’idea di un programma segreto per controllare le menti dei giovani attraverso i videogiochi, con l’ombra della CIA e del progetto MK‑Ultra.Origine e diffusione della leggendaMalgrado il fascino sinistro della storia, nessuna prova concreta attesta che Polybius sia mai esistito. La prima menzione documentata appare online nel 1998, quando un utente inserì una pagina sul gioco in un archivio di macchine da sala giochi; questa pagina, datata erroneamente 1981, riporta solo rumori bizzarri e una storia “sconosciuta”. Nel 2003 una rivista specializzata raccolse la voce in un elenco di segreti e bugie, arrivando a una conclusione ambigua sulla sua autenticità. In molti hanno ipotizzato che il creatore del sito, appassionato di arcades, abbia inventato la storia per attirare attenzione. Il nome del fantomatico sviluppatore Sinneslöschen, che dovrebbe significare “cancellazione dei sensi”, contiene errori grammaticali in tedesco, mentre Polybius richiama l’omonimo storico greco noto per la critica alle fonti non verificate e per la sua passione per la crittografia. Tutti questi elementi suggeriscono una costruzione artificiale della leggenda.Fatti reali che alimentarono il mitoLa forza della leggenda di Polybius sta nel fatto che alcuni dettagli hanno radici nella realtà. Le sale giochi erano sorvegliate dalle autorità. Negli anni Ottanta l’FBI monitorava gli arcade di Portland per contrastare il gioco d’azzardo e le attività illegali; agenti sotto copertura installavano telecamere e microfoni all’interno delle macchine e prelevavano i nastri, attirando l’attenzione dei clienti. Episodi di crisi epilettiche provocate dai lampi luminosi dei videogiochi erano realmente documentati; i primi giocatori scoprivano forme di fotosensibilità e la mancanza di consapevolezza sull’epilessia fece pensare a convulsioni da “controllo mentale”. La morte per infarto di due giovani mentre tentavano record su giochi come Berzerk e Asteroids alimentò l’idea che le macchine fossero pericolose. Tutte queste notizie, unite alla presenza di cabinati clandestini che apparivano e scomparivano rapidamente, crearono un terreno fertile per le dicerie.In quegli anni, inoltre, il Dipartimento della Difesa statunitense commissionò ad Atari la modifica del gioco Battlezone per addestrare i carristi; l’adattamento, chiamato Bradley Trainer, fu effettivamente realizzato nel 1981. Contemporaneamente vennero alla luce i programmi di controllo mentale della CIA. I documenti declassificati sul progetto MK‑Ultra rivelano che negli anni Cinquanta l’agenzia sperimentò droghe, ipnosi e tecniche psicologiche per modificare il comportamento umano; molte registrazioni furono distrutte, ma quelle rimaste descrivono l’uso di LSD e ipnosi in interrogatori e test segreti. I ricordi di questi esperimenti, insieme all’immaginario di film come The Last Starfighter o Nightmares, contribuirono a dare verosimiglianza al mito di Polybius.Ricostruzioni e indaginiDiversi giornalisti e storici della cultura videoludica hanno indagato sulla leggenda. Un podcast pubblicato nel 2017 ha raccolto testimonianze di persone che sostenevano di ricordare il gioco: un uomo, per esempio, raccontò di essere stato rapito da uomini in nero dopo aver giocato e di aver trascorso la notte in un bosco lontano dalla città. Gli autori del podcast, dopo numerose interviste, scoprirono però che molte storie erano contraddittorie e che le versioni del mito variavano a seconda di chi le raccontava. Altri ricercatori hanno individuato alcuni videogiochi come possibili ispiratori: Cube Quest (1983) era un titolo laserdisc con ambientazioni “allucinogene”, mentre Tempest usava grafica vettoriale simile a quella descritta per Polybius e poteva provocare malesseri. Anche la versione moderna di Polybius realizzata nel 2017 dal game designer Jeff Minter per PlayStation VR – un gioco psichedelico ispirato alle voci – conferma come la leggenda abbia influenzato la cultura pop.Nel febbraio 2026 un video pubblicato online ha rianalizzato la vicenda, raccontando la storia della macchina misteriosa, contestualizzando la paranoia sugli esperimenti di controllo mentale e descrivendo le indagini di giornalisti e appassionati. Il video ricorda che la voce iniziò a circolare alla fine degli anni Novanta su un sito dedicato alle sale giochi e che, nonostante le ricerche, nessuno ha mai trovato un cabinato o un software autentico. L’autore sottolinea che la vera lezione di Polybius è il modo in cui le paure collettive – la sorveglianza governativa, l’abuso di tecnologie e i pericoli reali dei videogiochi – vengono trasformate in narrazione.Il fascino duraturo di un mitoOggi Polybius viene ricordato come una delle più celebri leggende urbane dei videogiochi. La cultura pop gli ha dedicato apparizioni in serie animate, videoclip musicali e persino nuove versioni videoludiche. L’episodio di una serie televisiva del 2021 ha riacceso l’interesse citando il cabinato in un multiverso narrativo; musica e performance artistiche hanno usato il nome come simbolo di conspirazioni e nostalgia. Il mito continua a circolare anche grazie al fascino dell’ignoto: l’idea che esista un gioco segreto che può alterare la mente risuona con ansie contemporanee come la manipolazione dei dati, la dipendenza da dispositivi digitali e la propaganda personalizzata. Come osserva un giornalista, è ironico che, in un’epoca in cui i social network profilano gli utenti e gli algoritmi influenzano il comportamento, ci si senta nostalgici per un presunto complotto legato a un cabinato degli anni Ottanta.In definitiva, Polybius non è mai esistito come prodotto reale: è un assemblaggio di eventi autentici – sorveglianza, sperimentazioni militari, incidenti medici – e di paure collettive. La leggenda mostra come la combinazione di mezze verità e anonimato digitale possa creare storie persistenti e credibili. Se il mistero del cabinato resterà per sempre irrisolto, la vicenda ci ricorda che l’attrazione per le teorie del complotto deriva spesso da timori reali. Comprendere l’origine di queste paure ci permette di smitizzare il mito e di riflettere sulle responsabilità etiche delle tecnologie che utilizziamo.