El Comercio De La República - Italia: 250 Milioni di Anni

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Italia: 250 Milioni di Anni




L’Italia che conosciamo—una penisola sottile e complessa, stretta tra due mari e coronata da montagne—non è un dato “naturale” e immutabile. È, piuttosto, l’istantanea più recente di un film lunghissimo: un montaggio ininterrotto di fratture continentali, oceani che si aprono e poi scompaiono, collisioni tra placche, catene montuose che emergono dal mare e bacini che si riempiono di sedimenti. In mezzo, un dettaglio decisivo: qui, nel cuore del Mediterraneo, la Terra non si è mai davvero calmata.

Raccontare la storia geologica d’Italia da circa 250 milioni di anni fa a oggi significa ripercorrere una delle vicende più spettacolari del pianeta: la trasformazione di un’area che, in tempi diversi, è stata fondale tropicale, margine di oceano profondo, cerniera tra continenti, laboratorio di vulcani e terremoti. È una storia che spiega perché troviamo fossili marini in alta quota, perché le Dolomiti sembrano scolpite e “stranamente” chiare, perché la Pianura Padana è una distesa piatta incastonata tra due catene, e perché il Paese resta tra i più dinamici d’Europa dal punto di vista sismico e vulcanico.

Quando l’italia non esisteva ancora: la fine di pangea e l’inizio del puzzle
Circa 250 milioni di anni fa il mondo aveva un volto molto diverso: gran parte delle terre emerse era riunita in un unico supercontinente, Pangea. Ma la stabilità era apparente. Nel tempo geologico, anche i “giganti” si spezzano: fratture profonde iniziarono a segnare la crosta, preparando la separazione di blocchi che in futuro sarebbero diventati continenti e microcontinenti.

In quell’epoca, l’embrione dell’Italia non era una penisola riconoscibile. Era un mosaico di frammenti: porzioni che oggi assoceremmo al margine europeo, altre più vicine al margine africano, e soprattutto un protagonista spesso citato nei modelli geologici del Mediterraneo: una microplacca, o microcontinente, che i geologi chiamano comunemente Adria. È su questa “zattera” di crosta continentale che, con lentezza millimetrica ma inesorabile, si accumuleranno le parti più consistenti di quella che diventerà la penisola.

Il Mediterraneo, come bacino, non esiste ancora nella forma attuale. A dominare la scena c’è la Tetide—un grande oceano che separa le coste riconducibili alle future Europa e Africa—e una serie di bacini in evoluzione. Proprio in ambienti marini caldi e ricchi di vita, tra piattaforme carbonatiche e scogliere, si depositano sedimenti che, molto tempo dopo, ritroveremo “capovolti” in quota: sono i mattoni di molte montagne italiane.

Triassico: dolomiti tropicali e sedimenti che viaggiano nel tempo
Se oggi le Dolomiti sembrano un’architettura impossibile, con pareti verticali e guglie pallide, è perché la loro materia prima è nata in un mondo opposto: un mare caldo, basso e tropicale. In pieno Triassico, grandi quantità di carbonato di calcio si accumulano in ambienti marini—barriere, lagune, piattaforme—e diventano rocce sedimentarie carbonatiche.

Questo punto è cruciale: quando si parla di “fossili marini in montagna” non si tratta di un paradosso romantico, ma del segno più evidente di un processo fisico reale. Quelle rocce non si sono formate in quota: ci sono arrivate molto dopo, trasportate e sollevate dalla tettonica. Il paesaggio italiano è pieno di questi cortocircuiti temporali: pietre nate sul fondale e oggi appese al cielo.

Giurassico: un oceano profondo dove ora ci sono montagne
Tra circa 180 e 130 milioni di anni fa lo scenario cambia ancora. Mentre la frammentazione del supercontinente prosegue e l’Atlantico inizia a prendere forma, l’area destinata a diventare Italia vive una fase di apertura oceanica: la microplacca Adria si distacca dal margine europeo e tra i due blocchi si crea un bacino profondo, spesso indicato come oceano ligure-piemontese.

Qui avviene qualcosa di sorprendente: si forma nuova crosta oceanica. In profondità, la geologia “fabbrica” basalti, gabbri e serpentiniti—rocce tipiche dei fondali oceanici. Il colpo di scena arriverà molto dopo, quando questi materiali, nati in un ambiente abissale, verranno incorporati nelle catene montuose. Ecco perché, in diversi settori delle Alpi e anche degli Appennini, affiorano rocce che raccontano un passato oceanico: sono come pagine di un antico mare rimaste incastrate nella rilegatura delle montagne.

Dalla chiusura dell’oceano alla nascita delle alpi: quando la crosta si accartoccia
Nella storia della Terra, gli oceani non sono eterni: possono aprirsi e richiudersi. Tra circa 130 e 90 milioni di anni fa, e con effetti che si estendono nel tempo successivo, la dinamica cambia segno. I movimenti relativi tra le grandi placche portano il blocco di Adria a spingersi verso l’Europa. Il bacino ligure-piemontese si comprime: la crosta oceanica inizia a scendere in subduzione sotto il margine continentale europeo. È l’inizio della chiusura dell’oceano.

Lo “scontro” vero e proprio tra i blocchi continentali—un processo che si colloca grosso modo tra 65 e 30 milioni di anni fa—innesca l’orogenesi alpina: la nascita delle Alpi. Non è una semplice “spinta”: è un meccanismo complesso in cui pezzi di crosta vengono piegati, sovrascorsi, metamorfosati, sovrapposti come fogli di un enorme libro stropicciato. Porzioni di fondale oceanico possono essere trascinate verso l’alto; sedimenti marini possono finire a quote che oggi sembrano impensabili.

In questo periodo, il Nord Italia inizia a emergere in modo più definitivo. E mentre le Alpi crescono, si preparano anche gli spazi per le grandi pianure: i bacini di avanfossa e i sistemi sedimentari che, col tempo, accumuleranno spessori enormi di materiali trasportati dai fiumi.

Tra oligocene e miocene: la rotazione che cambia tutto e la nascita degli appennini
La parte più “italiana” di questa storia—quella che costruisce la penisola come dorsale lunga e stretta—entra in scena più tardi, tra circa 25 e 7 milioni di anni fa. In questo intervallo, un frammento legato al margine europeo, comprendente l’area che oggi riconosciamo come blocco sardo-corso, si separa e inizia a ruotare in senso antiorario. Il centro di questa rotazione è spesso collocato nell’area del Golfo di Genova.

Il risultato è un riassetto radicale: Sardegna e Corsica si spostano rispetto alla penisola in formazione; la compressione e l’accartocciamento associati a questi movimenti contribuiscono alla costruzione della seconda grande catena italiana, gli Appennini. A differenza delle Alpi—legate a una collisione continentale più “classica”—gli Appennini sono il prodotto di una dinamica mediterranea estremamente mobile, con avanzamenti, arretramenti e migrazioni dei sistemi di subduzione nel tempo.

Qui si inserisce un’altra chiave di lettura del paesaggio: mentre la catena appenninica si sviluppa, la crosta a est flette. La flessione crea un bacino: nasce così il Mar Adriatico come mare relativamente poco profondo, inquadrabile come il risultato di una deformazione della crosta continentale legata al peso e alla dinamica della catena in crescita. Non è un oceano profondo: è un bacino “in piega”, collegato alla storia strutturale della penisola.

E poi c’è l’altro lato, a ovest. Il Mar Tirreno si apre in modo diverso: qui entra in gioco l’estensione, una “lacerazione” della crosta che porta alla formazione di nuova crosta e a un bacino geologicamente giovane. Per questo il Tirreno è spesso descritto, dal punto di vista geodinamico, come un piccolo oceano o un bacino con porzioni di crosta oceanica giovane: un dettaglio che aiuta a capire perché l’Italia sia un confine vivo, non una semplice linea di costa.

La pianura padana e la geografia che nasce dai sedimenti
Tra le conseguenze più concrete di questa fase c’è la costruzione—e il riempimento—dei grandi bacini sedimentari. La Pianura Padana non è soltanto “una pianura”: è un archivio geologico. È il risultato di subsidenza e accumulo di sedimenti in un’area stretta tra Alpi e Appennini, dove per milioni di anni si sono depositati materiali provenienti dall’erosione delle catene.

Il dato che sorprende è la scala temporale: l’assetto finale della pianura, come la vediamo oggi, è geologicamente recente. L’Italia moderna non ha avuto “tutto il tempo del mondo” per assestarsi: gran parte della sua forma si stabilizza quando, per il pianeta, è già tardi.

7–5,3 milioni di anni fa: il mediterraneo scompare e poi ritorna
Se la storia d’Italia sembra già abbastanza movimentata, il finale del Miocene aggiunge un capitolo quasi surreale. Tra circa 6 e 7 milioni di anni fa lo Stretto di Gibilterra si chiude: il Mediterraneo diventa un mare isolato, intrappolato tra continenti, con un bilancio idrico alterato. L’evaporazione prevale sull’apporto: il livello dell’acqua cala drasticamente e si accumulano enormi quantità di sali.

È la crisi di salinità messiniana: un evento che lascia tracce concrete anche in Italia, sotto forma di depositi evaporitici (gessi e sali) che affiorano in diverse regioni, dalla Sicilia al Nord-Ovest. L’idea che il Mediterraneo abbia potuto quasi “spegnersi” è uno di quei concetti che cambiano la percezione del paesaggio: ciò che oggi appare eterno, in realtà ha già attraversato fasi estreme.

Poi, circa 5,3 milioni di anni fa, la comunicazione con l’Atlantico si ristabilisce: lo Stretto di Gibilterra si riapre e il Mediterraneo torna a riempirsi. Da quel momento l’organizzazione di mari e terre emerse diventa progressivamente più simile a quella attuale. L’Italia, ormai, è riconoscibile: una penisola con due catene, un grande bacino padano, mari che la definiscono e che, allo stesso tempo, ne raccontano la fragilità.

Quaternario: ghiacciai, coste mobili e l’italia che cambia davanti ai nostri occhi
Nell’ultimo paio di milioni di anni, la storia entra nella fase che “vediamo” nei dettagli: le glaciazioni modellano le Alpi, scavano valli, costruiscono morene, alimentano sistemi fluviali che trasportano sedimenti verso le pianure e i delta. I livelli marini oscillano ripetutamente: le coste avanzano e arretrano, e intere porzioni di pianura passano da terraferma a fondale e viceversa.

È in questa finestra che si definiscono molte forme del paesaggio attuale: terrazzi marini, piane alluvionali, lagune, dune, conoidi. E, soprattutto, si affina un equilibrio delicato: quello tra sollevamento tettonico ed erosione. Le montagne non crescono soltanto perché la crosta spinge: crescono anche perché l’erosione rimuove materiale, “alleggerendo” e influenzando la risposta della crosta. È una danza lenta, ma costante.

I vulcani: un finale recente, ma decisivo
Un altro elemento spesso sottovalutato è la giovinezza relativa dei grandi vulcani italiani. Nell’immaginario collettivo sembrano presenze “antiche”, ma su scala geologica sono arrivati da poco. I principali edifici vulcanici attivi compaiono soprattutto nell’ultimo milione di anni: Stromboli nasce circa un milione di anni fa; l’Etna si sviluppa in modo significativo negli ultimi 500 mila anni; l’area del Vesuvio in circa 400 mila anni; la caldera dei Campi Flegrei, in una fase recente che si colloca nell’ordine di decine di migliaia di anni, circa 80–100 mila.

Questa giovinezza spiega perché il sistema sia ancora energico: il motore non si è spento. L’Italia è una delle rare regioni europee in cui la geologia non è “storia passata”, ma cronaca. Un’eruzione, un terremoto, un sollevamento del suolo non sono eventi isolati: sono capitoli attuali di un processo iniziato quando i dinosauri non esistevano ancora.

Oggi: un paese ancora in formazione, tra terremoti e deformazioni del suolo
Arrivare al presente non significa chiudere il racconto, ma cambiare scala. Oggi misuriamo la geologia con strumenti che registrano deformazioni di pochi millimetri, micro-terremoti che nessuno avverte, variazioni nei gas e nelle temperature. E i dati ricordano una verità semplice: l’Italia si muove.

Nel corso dell’ultimo anno, la rete di monitoraggio sismico nazionale ha localizzato oltre 15 mila terremoti sul territorio e nei mari circostanti: la stragrande maggioranza di magnitudo bassa, ma sufficiente a delineare la mappa delle faglie attive e delle aree in cui la crosta continua a rilasciare energia. È la firma quotidiana di un Paese costruito su margini di placca.

Sul fronte vulcanico, i segnali sono altrettanto eloquenti. Nell’area flegrea, ad esempio, l’attenzione resta alta per la combinazione di sismicità e deformazione del suolo: nelle ultime settimane i bollettini di sorveglianza hanno registrato decine di eventi sismici in pochi giorni—con magnitudo massime contenute—associati a un sollevamento del terreno dell’ordine del centimetro al mese, un ritmo che negli aggiornamenti più recenti risulta rallentato rispetto a fasi precedenti ma che conferma un sistema in evoluzione.

Sull’Etna, l’attività recente ha mostrato fasi in cui l’emissione lavica si stabilizza per giorni, con colate a basso tasso effusivo legate a bocche poste intorno ai 2100 metri di quota, e fronti lavici che avanzano gradualmente lungo i versanti, monitorati con osservazioni sul campo e reti strumentali. Stromboli, dal canto suo, continua a esprimere il suo comportamento tipico: un’attività esplosiva persistente da più bocche, alternata a episodi di degassamento e, talvolta, a modeste tracimazioni laviche che scorrono lungo la Sciara del Fuoco.

Questi fenomeni, presi singolarmente, possono apparire come “eventi naturali”. Visti nella prospettiva dei 250 milioni di anni, diventano ciò che sono: l’ultimo fotogramma di una lunga storia di subduzioni, collisioni, apertura di bacini e accumulo di sedimenti.

Perché questa storia conta adesso
La storia geologica non è solo un racconto affascinante: è una chiave per capire il rischio e le risorse. Le catene montuose influenzano il clima locale, la disponibilità d’acqua, la stabilità dei versanti. I bacini sedimentari condizionano l’idrogeologia e la subsidenza. Le aree vulcaniche e sismiche richiedono pianificazione, cultura della prevenzione, infrastrutture resilienti.

E soprattutto, questa storia ridimensiona l’idea di “normalità”. L’Italia non è un Paese che ogni tanto ha terremoti e vulcani: è un Paese nato perché le placche si sono mosse, e che continua a cambiare perché si muovono ancora.

Guardare la penisola dall’alto, oggi, significa osservare un compromesso temporaneo: una forma che ci sembra definitiva, ma che in realtà è il risultato momentaneo di forze lente e potenti. In altre parole: il Bel Paese è un paesaggio in divenire. E lo sarà anche domani.



In primo piano


Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Storia e cucina, sfida pop

Il quiz divulgativo “Prima o Dopo?” di Geopop è tornato con la sua terza puntata e vede protagonisti due beniamini del web: Sofia Fabiani, nota sui social come Cucinare Stanca, e Pierluca Mariti, meglio conosciuto come Piuttosto Che. Condotto da Maria Bosco, il format mette alla prova la memoria storica dei concorrenti invitandoli a ordinare eventi celebri prima o dopo un riferimento temporale iniziale. In questo episodio l’“evento zero” è l’invenzione dell’aspirapolvere, e il gioco si snoda tra invenzioni tecnologiche e grandi sconvolgimenti geopolitici. La sfida è stata accolta con entusiasmo dagli spettatori: molti hanno apprezzato il mix di intrattenimento e cultura e la capacità del programma di far riflettere su quanto le date possano sorprendere.I concorrenti: volti del web con storie diverse - Sofia Fabiani, la chimica che impasta comunitàSofia Fabiani (classe 1988) è diventata popolare sui social con il profilo @cucinare_stanca. Laureata come tecnica chimica, ha lasciato i laboratori per dedicarsi alla pasticceria e al digitale. Nel 2020 ha aperto il suo profilo Instagram, che oggi conta centinaia di migliaia di follower, dove propone ricette alla portata di tutti e ironizza sugli insuccessi culinari. Il suo percorso l’ha portata a creare a Roma “La Stanza”, uno spazio fisico dove incontra la sua community offline e organizza eventi, convinta che il digitale possa generare solitudine se non accompagnato da momenti di contatto reale. Ha pubblicato il manuale “Cucinare stanca. Manuale pratico per incapaci” (Giunti, 2021) e il volume “Cucinava sempre. Ricette per quando fuori (e dentro) c’è la catastrofe” (Mondadori, 2023), portando il suo messaggio di inclusione e leggerezza anche in libreria.Pierluca Mariti, dall’azienda alla stand‑up comedyPierluca Mariti ha lasciato una carriera stabile in un’azienda multinazionale per seguire la sua vocazione comica. Con il nome @piuttosto_che sui social racconta precarietà, stereotipi di genere e vita familiare con ironia. La sua tournée teatrale “Grazie per la domanda” registra sold out in diverse città europee; lui stesso sottolinea di non provare imbarazzo e di considerare la terapia come un potente strumento creativo. I genitori all’inizio erano scettici, ma la scelta di abbandonare un lavoro “serio” per inseguire l’arte si è rivelata vincente. La sua presenza sul palco e sul web lo ha reso una voce brillante della stand‑up italiana.Il meccanismo del quizOgni puntata di “Prima o Dopo?” ruota attorno a un evento zero che funge da riferimento cronologico; in questo caso l’invenzione dell’aspirapolvere. Sulla plancia di gioco vengono poi proposti quattro eventi da collocare prima o dopo l’evento zero: l’invenzione del fax, le prime Olimpiadi moderne, l’ultima esecuzione con la ghigliottina in Francia e la fine dell’Impero ottomano. I concorrenti devono posizionare le carte su una timeline, distribuendo due eventi prima e due dopo, mentre un timer scandisce la tensione. La semplicità delle regole permette agli spettatori di giocare da casa, mentre la competizione amichevole fra i due protagonisti aggiunge un elemento narrativo.L’aspirapolvere: un colosso del pulitoL’aspirapolvere moderno nasce all’inizio del XX secolo grazie all’ingegnere britannico Hubert Cecil Booth, che nel 1901 brevettò un apparecchio a motore soprannominato “Puffing Billy”. La macchina aspirava la polvere tramite un lungo tubo e depositava lo sporco in un filtro di tessuto; venne utilizzata per le pulizie in occasione dell’incoronazione di Edoardo VII a Westminster nel 1902. Nel 1907 l’inventore americano James Murray Spangler realizzò il primo aspirapolvere portatile elettrico, dotato di spazzola rotante e sacchetto di raccolta; vendette poi il brevetto a William Hoover, che perfezionò il design e fondò un’azienda destinata a diventare sinonimo di aspirapolvere. La scelta di usare questa invenzione come “evento zero” del quiz sottolinea come un oggetto quotidiano possa rappresentare una rivoluzione tecnologica.L’invenzione del faxBen prima dell’era digitale, diversi scienziati tentarono di trasmettere immagini a distanza. Nel 1843 l’orologiaio scozzese Alexander Bain sviluppò un “telegrafo elettrico stampante” che utilizzava pendoli sincronizzati per riprodurre disegni. Pochi anni dopo Frederick Bakewell introdusse l’uso di cilindri rotanti, migliorando la stabilità dell’immagine. La svolta avvenne con il fisico italiano Giovanni Caselli, che nel 1865 lanciò il pantelegrafo, sistema commerciale di fax che collegava Parigi e Lione. Sebbene oggi il fax sia quasi scomparso, rappresenta un tassello fondamentale nella storia delle telecomunicazioni e, nel contesto del quiz, un evento che sorprende per la sua precocità rispetto ad altre innovazioni.Le prime Olimpiadi moderneLa rinascita dei Giochi olimpici si concretizzò ad Atene dal 6 al 15 aprile 1896. Organizzati dal Comitato Olimpico Internazionale voluto da Pierre de Coubertin, i giochi riunirono 241 atleti provenienti da 14 nazioni, tutti uomini, impegnati in 43 prove distribuite su nove sport. La cerimonia inaugurale, presieduta dal re Giorgio I, ebbe luogo nello stadio Panathinaiko. Il triplista statunitense James Connolly fu il primo medagliato della nuova era, mentre il maratoneta greco Spyridon Louis divenne eroe nazionale vincendo la gara più attesa. Le Olimpiadi dell’epoca misero in luce lo spirito internazionale dello sport e segnano un momento fondamentale della storia contemporanea.L’ultima ghigliottina in FranciaIn Francia la ghigliottina fu a lungo simbolo di giustizia sommaria. Nel 1939 le esecuzioni pubbliche furono abolite e trasferite all’interno delle carceri, ma lo strumento rimase in uso per decenni. L’ultima esecuzione capitale ebbe luogo il 10 settembre 1977 nel carcere de Les Baumettes a Marsiglia, quando Hamida Djandoubi fu decapitato. Pochi anni dopo, il 9 ottobre 1981, una legge firmata dal ministro della giustizia Robert Badinter sancì l’abolizione definitiva della pena di morte in Francia. Questo evento segna non solo la fine di un macabro rituale, ma anche l’evoluzione dei diritti umani in Europa.La caduta dell’Impero ottomanoIl declino dell’Impero ottomano fu il risultato di guerre, pressioni internazionali e spinte nazionaliste. La Grande Assemblea Nazionale di Turchia abolì la monarchia il 1° novembre 1922, ponendo fine a un impero iniziato nel 1299. L’ultimo sultano, Mehmed VI, lasciò Costantinopoli il 17 novembre 1922. Le potenze alleate riconobbero la sovranità del nuovo governo di Ankara alla Conferenza di Losanna dell’11 novembre 1922; il trattato definitivo fu firmato il 24 luglio 1923, e il 29 ottobre 1923 venne proclamata la Repubblica di Turchia. La ricerca successiva sottolinea che il risultato fu possibile grazie al movimento nazionalista guidato da Mustafa Kemal Atatürk, che combatté la guerra d’indipendenza e rifiutò il trattato di Sèvres; il nuovo trattato di Losanna del 1923 segnò ufficialmente la fine dell’impero e la nascita di uno Stato moderno. Evento Anno/periodo Nota sintetica Invenzione dell’aspirapolvere (evento zero) 1901–1907 Booth introduce la macchina a motore; Spangler inventa l’aspirapolvere portatile. Invenzione del fax 1843–1865 Bain e Bakewell sviluppano prototipi; Caselli avvia il pantelegrafo commerciale. Olimpiadi moderne 6–15 aprile 1896 241 atleti da 14 paesi gareggiano ad Atene. Ultima ghigliottina 10 settembre 1977 Hamida Djandoubi è l’ultimo giustiziato; pena capitale abolita nel 1981. Fine dell’Impero ottomano 1 novembre 1922 – 29 ottobre 1923 Abolizione del sultanato e nascita della Repubblica di Turchia. Accoglienza e riflessioniLa puntata ha suscitato commenti entusiasti: molti spettatori hanno definito il quiz un modo “iconico” per imparare la cronologia divertendosi e hanno apprezzato l’energia dei due ospiti. Alcuni hanno sottolineato di aver riscoperto curiosità storiche che davano per scontate, altri hanno manifestato la sorpresa di scoprire quanto il fax sia antecedente ad altri eventi. Le reazioni positive hanno incoraggiato Geopop a proseguire con nuove puntate, dimostrando che il pubblico gradisce format che uniscono scienza, storia e intrattenimento. La presenza di due creator con background così diversi ha ampliato l’appeal dello show, attirando sia chi segue la cucina amatoriale sia chi ama la comicità digitale.Conclusione“Prima o Dopo?” si conferma un esperimento riuscito di divulgazione leggera: la terza puntata, con la sfida tra Cucinare Stanca e Piuttosto Che, ha offerto non solo risate, ma anche spunti di riflessione sulla durata e l’impatto degli eventi storici. La scelta degli argomenti – dall’aspirapolvere alla fine dell’Impero ottomano – dimostra che la storia può essere raccontata attraverso oggetti di uso comune e momenti cruciali della politica internazionale. Il successo della puntata lascia intuire un futuro ricco di nuove sfide temporali e nuovi ospiti pronti a misurarsi con la linea del tempo.